Oggi pubblichiamo il racconto scritto dal giovane Alberto Botte che ha partecipato e vinto il concorso promosso da Lions Club. Il racconto verrà pubblicato  in quattro parti.

Titolo: Obolo

di Alberto Botte                maggio-dei-libri-sagome-2015

 

Faceva schifo.

Faceva proprio schifo.

Guardò il bicchiere che aveva in mano. Si accorse di non vederci più bene. Chissà se per l’alcol o perché, in fondo, stava invecchiando.

“Se vinco questa, vado da un ottico e mi prendo un bel paio di occhiali” pensò” Uno di Gucci o Armani, roba da ricconi.”

Con un po’ di fatica infilò una moneta nella slot machine. Il seno di una formosa Cleopatra lo guardava dallo schermo. Accanto a lui qualche pensionato si stava giocando ciò che restava della pensione. Due uomini bevevano e ridevano, rossi in viso.

Fece partire la slot e gli salì l’ansia. Era il suo ultimo obolo alla speranza. Era passato ad un “ComprOro” prima. Aveva venduto una collanina. Valeva poco per quei mercanti, ma per il suo cuore moltissimo. Era l’ultimo regalo che lei gli aveva fatto. Prima di andarsene. Prima di scappare da lui.

Non sapeva cosa era stato peggio. Lo sguardo freddo dell’impiegato che aveva preso in quelle mani lerce il dono. Le sue parole di commento. Il tono piatto con cui aveva tradotto in denaro l’oggetto.

O il ricordo di quel giorno.

Era ancora felice. Aveva un’utilità. “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Articolo 4 della Costituzione Italiana, comma 2. Si sentiva degno. Si sentiva un essere umano.

Non faceva un lavoro da salvatore della patria, uno di quelli che i tuoi figli bambini sono orgogliosi di dire ai loro compagni di classe “Mio papà è un pompiere/medico/astronauta/….” con gli occhietti che luccicano felici di ingenua malignità, vedendo l’invidia nei loro amichetti.

No, lui era un operaio. Caposquadra, ma sempre un operaio. Tanti anni di lavoro onesto. Non si lamentava, lavorava sodo e dava l’esempio. Il principale aveva una profonda stima di lui. Glielo aveva detto, ad una cena di fabbrica, con il suo sguardo severo e i baffoni d’altra epoca “Lei, mio caro, lei è una grande risorsa per la nostra azienda”.

Quello che gli piaceva di più era tornare a casa, la sera. Stanco, sudato e sporco. Ma felice. Se ne era accorto solo dopo. Solo quando ormai aveva perso tutto, si era accorto di quanto fosse stato felice.

Lo schermo azzurrino della slot continuava a far girare immagini, gli strani glifi egizi. Piramidi improbabili sullo sfondo. Odiava e amava quei momenti. Senti il cuore che batte. Il respiro diventa più forte. Tutto ricomincia a vivere. Si sentiva vivo. Buttava tutto lì dentro. Il freddo buco dove infilava i gettoni era diventato la sua chiesa, il luogo in cui riporre speranze e desideri. Incredibile quanto, per quella manciata di secondi, si sentisse vivo.

Aveva fatto molti sacrifici alla Cleopatra dello schermo. Ogni cosa che poteva avere un valore, via, subito da qualcuno che potesse cambiarla in denaro, il più possibile, il prima possibile. La macchinetta dei gettoni in breve avrebbe vomitato i suoi passepartout per la felicità.

L’attesa, i pensieri che se ne vanno, la vita che fa meno schifo, per un paio di secondi.

Il fine squallore di quel bar, le varie persone, la luce smorta del neon, scomparivano.

Nulla aveva più un valore se non quel turbinio di segni.

Il primo glifo si fermò. Una croce ansata. La Cleopatra sorrise e sbattè gli occhi, gelida e amara.

 

La prossima settimana pubblicheremo la seconda parte del racconto.

 

 

 

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