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Continuiamo con il racconto di Alberto Botte , vincitore del concorso per Lions Club.    maggio-dei-libri-sagome-2015

 

Gli aveva dato la collanina una domenica. Nei giorni di festa, gli piaceva prepararle la colazione e portargliela a letto, come nei peggiori clichè dei film. E lei gli aveva dato un pacchettino. Un pensiero che si portava sempre appresso.

L’indossava, se ne ricordava il peso rassicurante al collo, il giorno in cui radunarono tutti gli operai. Il principale aveva mandato le segretarie a chiamarli tutti, dicendo loro di rimanere nel parcheggio qualche minuto dopo il turno. Apparve molto vecchio e stanco. Informò che era un periodo duro anche per l’azienda, che alcuni clienti non pagavano, la produzione aveva dei problemi, e così via. E che tutti dovevano fare dei sacrifici. Era serio, distaccato. Ma negli occhi si vedevano gli accenni delle lacrime.

Disse che era temporaneo. Un paio di mesi, al massimo un anno. Poi tutto normale.

Non si era lamentato, come invece fecero molti dei suoi colleghi. Sentiva che era un sacrificio necessario. Si fidava del principale. Toccò la sua collanina in un piccolo gesto scaramantico. Provò a vedere il bicchiere mezzo pieno. Avrebbe passato più tempo a casa, con lei.

Invece cominciò a frequentare i bar. Non gli piaceva bere, aveva già fatto le sue baldorie negli anni. Tanto per stare in compagnia. Non ne poteva più di stare a casa a girarsi i pollici, lei era fuori, al lavoro, e lui lì dentro, a non far nulla. Si sentiva meglio quando entrava in fabbrica per quei pochi giorni a settimana. Sollevato. Di nuovo un uomo. Inoltre, per quanto sapesse che era un pensiero maschilista, si sentiva a disagio a vivere con una donna, la sua donna, che guadagnava più di lui. Lo manteneva. Cominciarono a litigare. E lui conobbe Cleopatra.

Non aveva mai giocato alle slot. Non ci aveva mai pensato. A lui i soldi piaceva guadagnarseli. Dovevano puzzare di sudore, non della birra slavata del bar.

Quella sera era stanco, stufo. Avevano litigato. Gli avevano ridotto i giorni di lavoro al mese. Bevve un po’, e così, chiacchierando con gli altri al bar, gli dissero di provare a giocare. “Tanto hai due soldi in tasca, giocali che almeno diventano di più”

Annebbiato dall’alcol, perse le sue inibizioni e ci provò. Cambiò due euro in gettoni. Ne infilò uno nella macchina. Fece partire la slot. Adrenalina pura.

L’eccitazione cancellò ogni problema, fece sparire le preoccupazioni. Cleopatra diventò ogni secondo di quella sera più dolce.

Al sesto gettone vinse. Cambiò tutto in gettoni e in altro da bere. Andò avanti a lungo.

Quando tornò a casa, lei era in piedi. Tremava avvolta in una sottile camicia da notte. Non disse una parola. Era terrorizzata. Quello non era l’uomo che amava.

Un’altra croce ansata si fermò. Cleopatra, l’unica donna che gli era rimasta, fece un urletto di gioia per la doppietta. Lui rise, quasi ringraziandola.

Trascorsero i mesi. Arrivò la notizia che la fabbrica rischiava di chiudere, erano in fallimento. Per la prima volta partecipò a atti di protesta, dipinse striscioni e cartelloni. Si tesserò anche ad un sindacato. L’aveva sempre considerato qualcosa da esaltati, non faceva per lui.

Poi una piccola speranza: imprenditori stranieri volevano acquistare la fabbrica e salvare la produzione. Quelli del sindacato sembravano scettici, ma l’allegria dilagava. Gli operai si misero a urlare al cielo la loro felicità.

La normalità tornò nella sua vita. Smise di bere, giocava ancora un po’, ma non era più la sua droga.

Altri glifi si fermarono, tante croci ansate. “Ghea femo, ghea femo” grignò fra i denti.

 

Oggi pubblichiamo il racconto scritto dal giovane Alberto Botte che ha partecipato e vinto il concorso promosso da Lions Club. Il racconto verrà pubblicato  in quattro parti.

Titolo: Obolo

di Alberto Botte                maggio-dei-libri-sagome-2015

 

Faceva schifo.

Faceva proprio schifo.

Guardò il bicchiere che aveva in mano. Si accorse di non vederci più bene. Chissà se per l’alcol o perché, in fondo, stava invecchiando.

“Se vinco questa, vado da un ottico e mi prendo un bel paio di occhiali” pensò” Uno di Gucci o Armani, roba da ricconi.”

Con un po’ di fatica infilò una moneta nella slot machine. Il seno di una formosa Cleopatra lo guardava dallo schermo. Accanto a lui qualche pensionato si stava giocando ciò che restava della pensione. Due uomini bevevano e ridevano, rossi in viso.

Fece partire la slot e gli salì l’ansia. Era il suo ultimo obolo alla speranza. Era passato ad un “ComprOro” prima. Aveva venduto una collanina. Valeva poco per quei mercanti, ma per il suo cuore moltissimo. Era l’ultimo regalo che lei gli aveva fatto. Prima di andarsene. Prima di scappare da lui.

Non sapeva cosa era stato peggio. Lo sguardo freddo dell’impiegato che aveva preso in quelle mani lerce il dono. Le sue parole di commento. Il tono piatto con cui aveva tradotto in denaro l’oggetto.

O il ricordo di quel giorno.

Era ancora felice. Aveva un’utilità. “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Articolo 4 della Costituzione Italiana, comma 2. Si sentiva degno. Si sentiva un essere umano.

Non faceva un lavoro da salvatore della patria, uno di quelli che i tuoi figli bambini sono orgogliosi di dire ai loro compagni di classe “Mio papà è un pompiere/medico/astronauta/….” con gli occhietti che luccicano felici di ingenua malignità, vedendo l’invidia nei loro amichetti.

No, lui era un operaio. Caposquadra, ma sempre un operaio. Tanti anni di lavoro onesto. Non si lamentava, lavorava sodo e dava l’esempio. Il principale aveva una profonda stima di lui. Glielo aveva detto, ad una cena di fabbrica, con il suo sguardo severo e i baffoni d’altra epoca “Lei, mio caro, lei è una grande risorsa per la nostra azienda”.

Quello che gli piaceva di più era tornare a casa, la sera. Stanco, sudato e sporco. Ma felice. Se ne era accorto solo dopo. Solo quando ormai aveva perso tutto, si era accorto di quanto fosse stato felice.

Lo schermo azzurrino della slot continuava a far girare immagini, gli strani glifi egizi. Piramidi improbabili sullo sfondo. Odiava e amava quei momenti. Senti il cuore che batte. Il respiro diventa più forte. Tutto ricomincia a vivere. Si sentiva vivo. Buttava tutto lì dentro. Il freddo buco dove infilava i gettoni era diventato la sua chiesa, il luogo in cui riporre speranze e desideri. Incredibile quanto, per quella manciata di secondi, si sentisse vivo.

Aveva fatto molti sacrifici alla Cleopatra dello schermo. Ogni cosa che poteva avere un valore, via, subito da qualcuno che potesse cambiarla in denaro, il più possibile, il prima possibile. La macchinetta dei gettoni in breve avrebbe vomitato i suoi passepartout per la felicità.

L’attesa, i pensieri che se ne vanno, la vita che fa meno schifo, per un paio di secondi.

Il fine squallore di quel bar, le varie persone, la luce smorta del neon, scomparivano.

Nulla aveva più un valore se non quel turbinio di segni.

Il primo glifo si fermò. Una croce ansata. La Cleopatra sorrise e sbattè gli occhi, gelida e amara.

 

La prossima settimana pubblicheremo la seconda parte del racconto.

 

 

 

cinemaE’ nelle sale cinematografiche in questo momento “La sposa bambina”, film prodotto nel 2015 dalla regista e produttrice Khadija Al-Salami. La storia vera di Nojoom, bambina di 10 anni costretta a sposarsi, è raccontata attraverso flashback che spiegano la drammatica realtà dei matrimoni precoci nello Yemen. Già il nome Nojoom (che significa “le stelle”), viene cambiato dal padre in Nojoud (“nascosta”) e, pur amandola, deciderà di consegnarla ad un uomo molto più adulto di lei, seguendo le regole non scritte della cultura di appartenenza.

La pellicola ripercorre la storia attraverso gli occhi di una bambina che si ritrova moglie inconsapevole, strappata dalla sua famiglia e costretta a subire violenze e a diventare adulta in fretta, senza capire fino in fondo ciò che sta accadendo. Lo spettatore è toccato nel cuore e nella coscienza e sostiene dalla poltrona del cinema il coraggio di Nojoom/Nojoud.

Ma viene anche presentato il punto divista del padre e le motivazioni che spingono i genitori a compiere questa scelte. Si perchè da una parte troviamo il padre che combina le nozze e vende la figlia, dall’altra la madre che assiste e collabora, sottostando alle regole e al volere del marito e della società. Le violenze subite dalla bambina la spingono con grande coraggio, però, a combattere una guerra con le armi della legge e a chiedere il divorzio, a soli 10 anni.

Il film racconta la vita povera e ai limiti vissuta da contadini yemeniti e della loro cultura, nella quale si ripetono tradizioni legate all’ignoranza. Quando marito e padre vengono portati in tribunale ed interrogati la prima risposta è “quale crimine abbiamo commesso? Noi seguiamo ciò che da sempre succede nelle nostre tribù, e c’è stato un accordo fra noi”. Posta l’attenzione sui rapporti sessuali, la convinzione dei due uomini è legata alla drammatica considerazione “è mia moglie, quindi in quanto tale deve concedersi e avere rapporti con il marito”. Profonde convinzioni e agghiaccianti verità, dal punto di vista degli uomini e della cultura di appartenenza. La religione (nel film viene citata più volte la Sunna come garante del corretto comportamento) diventa il pretesto per consolidare e legittimare il desiderio di supremazia e il potere di sottomettere le donne.

Il tema difficile trattato in questo film rispecchia un problema ad oggi irrisolto: sono 70.000 secondo le Nazioni Unite le vittime ogni anni di lesioni e parti precoci a causa dei matrimoni combinati in tenera età. La regista pone l’attenzione su questo argomento avendo lei stessa dovuto subire un matrimonio a 11 anni.

Questo film/documentario rappresenta la denuncia di una realtà sconosciuta e ignorata. Ci ricorda drammaticamente che l’istruzione, la libertà, l’infanzia sono diritti fondamentali, ma che al giorno d’oggi non sono rispettati in tutto il mondo. Vi invitiamo a guardare il film e a parlarne! L’unica strada possibile per cambiare le cose è la conoscenza.

imagesIn questo mondo ricco di migrazioni e cambiamenti vogliamo parlare di un argomento nuovo che vede protagonista due temi solo apparentemente distanti; cultura e sessualità. La cultura è l’insieme di valori, idee, norme e atteggiamenti appresi all’interno di un gruppo sociale.  Condividere la stessa cultura è un prerequisito per essere ammesso in quel gruppo.

Entrare in relazione con persone di cultura diversa è, nella nostra società, un aspetto quotidiano e che richiede riflessione e attenzione. Il mondo globalizzato attuale ha come effetto l’avvicinamento di culture diverse: la comunicazione assume inevitabilmente carattere interculturale.

La cultura forma e influenza l’identità di ogni individuo, in ogni dimensione della personalità, compresa la sessualità. Quest’ultima è un aspetto fondamentale della vita di relazionVoltie, e ha a che fare con la crescita, le emozioni, il piacere e la responsabilità nei confronti di sè stessi e degli altri. Si possono evidenziare cinque dimensioni della sessualità:

  1. la dimensione biologica cioè lo sviluppo sessuale dal concepimento alla cocnlusione della pubertà
  2. la dimensione psicosociale cioè gli atteggiamenti sessuali e legati all’identità di genere, maschile e femminile, appresi nell’infanzia
  3. la dimensione comportamentale  cioè le azioni compiute nella sfera delle relazioni
  4. la dimensione clinica cioè tutti quei fattori fisici (malattie, incidenti, ma anche droga e alcol…) che influenzano il piacere sessuale
  5. la dimensione culturale cioè il sistema di valori relativi alla sessualità. NON ESISTE UN SISTEMA DI VALORI UNIVERSALI relativo a questo argomento.

La cultura ha, quindi, influenza diretta sul comportamento sessuale e sul modo di entrare in relazione con l’altro diverso da sè. Guardarsi negli occhi, avere contatti fisici brevi (darsi la mano), coprire il proprio corpo quasi interamente (vale per le donne), rivolgere la parola ad una persona di un sesso diverso sono pochi esempi di azioni legate a codici di comportamento culturali.

Avere una relazione di amicizia o intima con una persona di una cultura diversa è una esperienza  molto arricchente, ma a volte possono crearsi delle incomprensioni, perchè non si condividono le stesse regole implicite che sono apprese dalla cultura di riferimento.

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La Commissione Pari Opportunità di Feltre, in collaborazione con la Casa dei Beni Comuni, AIDO, lo Spazio Giovani di Feltre e tanti altri, organizza la Festa dei Popoli suoni, saperi, sapori, che punta alla valorizzazione delle diversità e all’integrazione fra popoli e culture diverse. La manifestazione si svolgerà a Feltre presso il campus Tina Merlin il 7 e 8 maggio 2016.
Alle ore 16.00 di sabato 7 maggio apertura degli stand e alle ore 18.00 Conferenza “Popoli che si muovono, popoli che si mischiano” con Yvan Sagnet
leader della battaglia contro i soprusi nella raccolta dei pomodori in Puglia.
A seguire rinfresco curato dall’Enaip Veneto di Feltre. Domenica 8 maggio apertura degli stand alle ore 10.00; alle ore 12 pranzo multietnico e a seguire pomeriggio di festa con lezioni di ballo, giochi dal mondo, spettacoli teatrali e concerto musicale finale!!

Partecipate numerosi!

FESTADEIPOPOL8A3

 

 

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Accesso libero il giovedì dalle 14.00 alle 16.00

Indirizzo:
Viale G. Marconi, 7 Feltre - tel. 0439 883170

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