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E’ appena terminata la settimana nazionale della dislessia. Un ragazzo così la definisce……

“Mi piace pensare ad un dislessico come a un autista con una macchina uguale alle altre , con un motore potente, ma che, per arrivare al traguardo, deve fare una strada in salita rispetto alle altre e più lunga. Alla fine, dopo tanta fatica e impegno, arriva pure stremato, ma arriva e forse se vede intorno a se persone che lo aiutano e non lo abbandonano mai, impara qualcosa più degli altri, l’amore per i propri cari e il riconoscimento per l’impegno altrui”. (tratto da storie di dislessia….”Dislessia: Io ti conosco”)

Un tempo la dislessia non era diagnosticata e per i bambini/ragazzi  la scuola, spesso, era vissuta come un vero incubo. Oggi grazie alla diagnosi precoce e al suo riconoscimento all’interno della scuola, i ragazzi possono avvalersi di adeguati strumenti compensativi che permettono loro  di svolgere il percorso scolastico in maniera serena e gratificante.

Riportiamo un racconto di una giovane che ha vissuto la dislessia e desidera dare una testimonianza positiva ai ragazzi.     

Dyslexia

“Scrivo la mia testimonianza per rassicurare chi è vicino alla dislessia.                                                                                                                                                                                                                      In prima elementare mi è stato riscontrato il problema della dislessia, non avevo alcun problema nella lettura ma non distinguevo alcuni suoni o forme delle lettere (mi parevano uguali) es la C con G e la D con B e per questo sbagliavo a scrivere e avevo anche problemi nel ragionamento logico. Alle elementari anche se venivo isolata dalle maestre, le quale avevo soltanto avvisato i miei dicendo che ero “stupida” incapace di imparare a contare bene e scrivere correttamente, i miei genitori mi hanno fatto fare vari esami, tra cui il test di intelligenza, perché a quel tempo si conosceva poco sull’argomento. Risultai essere molto intelligente, con molta memoria e un ottimo spirito di osservazione visiva per forme e figure, da qui iniziò il mio percorso.

Incontrai (dopo averne conosciute alcune che mi facevano soltanto disegnare o fare righe dritte sui fogli, facendomi sentire parecchio fuori luogo e stupida) una brava logopedista, mi insegnò a riconoscere il suono tramite il gioco e la lettura, e soprattutto fu in grado di darmi autostima.
Successivamente durante il liceo non ebbi alcun tipo di problema in nessuna materia, avevo bei voti sia in italiano, sia in fisica, in chimica e in matematica. OVVIO Il ragionamento logico è arrivato con il tempo, ho dovuto mettere forse più impegno degli altri nei primi due anni del liceo per comprendere fisica e matematica, ma dalla terza in poi è stato sempre tutto più facile. Idem per inglese, dove bisogna studiare bene il suono delle lettere, molto diverse da quelle italiane. Gli otto iniziavano ad arrivare sempre più facilmente e sapevo di aver consolidato un mio metodo di studio.
Che dire di altro? Mi sono diplomata al liceo e ora studio per il test d’ingresso all’università.
Ho sempre creduto che la prima cosa che bisogna insegnare a un bambino dislessico e l’autostima, arrivata quella si comprendono molte cose e nulla sembra irraggiungibile.
Ps ( non ho mai avuto l’insegnante di sostegno, me la sono sempre cavata da sola, studiando e correggendomi strada facendo, ovvio i casi di dislessia più gravi hanno bisogno di una figura di sostegno, ma chi può farcela da solo deve essere spronato, non adagiarsi e pensare che ci sarà sempre un aiuto dietro).” (tratto da testimonianze sulla dislessia/blogdi Rossella Grenci)

 

Ah non dimentichiamo che quest’anno il Premio Nobel 2017 per la chimica é andato a Jacques Dubochet che è dislessico e lo ha voluto scrivere con orgoglio sul suo curriculum per incoraggiare i ragazzi ad arrivare ai loro obbiettivi.

 

Riflessioni……….

di

Matteo Bussola, scrittore e autore di “Notti in bianco, baci a colazione” sul tema della paternità (del 2016) ed. Einaudi

 

Quando abbiamo cominciato a mettere in discussione l’autorità degli insegnanti? E quando ci siamo convinti che fare il bene dei nostri figli significasse impedire a chiunque di metterli in crisi? Ecco perché invece di essere un ponte tra la scuola e i nostri ragazzi sempre più spesso siamo diventati un ostacolo.

Cari genitori, scrivo a voi, dunque a me stesso, per cercare di capire cosa ci abbia portati fino a qui. “Qui” è la relazione sempre più problematica che abbiamo con la scuola dei nostri figli. Fra la prima e i secondi dovremmo essere un ponte, invece ci troviamo sempre più spesso a rappresentare un ostacolo. Parlo da osservatore diretto: ho una figlia alla scuola materna, due alla primaria, il retaggio aggiuntivo di una madre ex docente di Lettere, diversi amici insegnanti.

Una di questi, maestra di scuola elementare, mi ha raccontato di recente una vicenda. Durante una lezione ha ripreso con fermezza un suo alunno, e per questo motivo ha subìto pesanti conseguenze.

Il bambino, a quanto pare, è tornato a casa e ha raccontato ai genitori di essere stato picchiato dalla maestra. I genitori si sono rivolti al preside chiedendo sanzioni, il preside ha preso immediati provvedimenti. Nessuno ha messo in discussione la versione del bambino, nessuno ha creduto a quella dell’insegnante. Una settimana dopo l’alunno ha rivelato di essersi inventato tutto, nonostante questo i provvedimenti sono rimasti attivi.

Ora, una singola testimonianza non ha valore di campione statistico, ma va detto che quando mi è stata riportata non sono rimasto sorpreso, perché storie come questa sono sempre più frequenti. Fa riflettere il fatto che, anche solo vent’anni fa, una cosa del genere non sarebbe mai successa: una volta rimproverato dall’insegnante, a casa il bambino si sarebbe sentito dire il resto dai genitori, e sarebbe finita lì.

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Il fatto è che se è vero che non tutti i bambini dicono la verità, è altrettanto vero che non tutti gli insegnanti sono integerrimi. Ma il sacrosanto diritto a vigilare sugli eccessi non dovrebbe trasformarsi nella giustificazione dei figli in automatico. La sensazione è che questo avvenga perché, dopo anni di precise responsabilizzazioni di madri e padri nei confonti dei figli, ci pare inaccettabile non avere il pieno controllo di ogni aspetto della loro vita, compreso il rendimento scolastico. Di più: di fronte a un brutto voto, o un ammonimento disciplinare, ci sentiamo messi in discussione nel nostro ruolo, come se le difficoltà scolastiche avessero come unica causa la nostra disattenzione. Ma se un insegnante rimprovera nostro figlio non significa che stia criticando noi, vuol dire anzi che sta cercando la nostra collaborazione. Invece, siamo arrivati a un punto in cui gli insegnanti vengono criminalizzati quasi a prescindere, il problema negato, e la psicosi è ormai tale per cui perfino alcuni dirigenti scolastici non credono ai propri docenti o non si possono permettere di prendere le loro difese.

La domanda che “ci” pongo è: quand’è che siamo diventati così?

Quando abbiamo cominciato a pensare alla scuola come all’erogazione di un servizio, nel quale il cliente deve avere sempre ragione? Quando abbiamo iniziato a mettere in discussione l’autorità dei docenti, a partire dai compiti assegnati a casa? Perché le chat di classe su WhatsApp, che dovrebbero essere luogo di confronto e partecipazione, diventano sempre più spesso pretesto per critiche aggressive? Ma soprattutto: quand’è che ci siamo convinti che essere genitori volesse dire vivere le vite dei nostri figli, che fare il loro bene significasse impedire a chiunque di metterli in crisi, mentre la crisi è uno strumento di crescita indispensabile?

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: quello di formare gli adulti che saranno. Non di stare un passo avanti a loro nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a sostenerli se cadranno. Quando succederà, col nostro aiuto potrebbero apprendere che da un fallimento si può imparare quanto da un piazzamento, e che può essere più mortificante e pericoloso un bel voto immeritato piuttosto che un brutto voto giusto o un rimprovero subìto. Su tutto, sarebbe ora di rendersi conto che noi genitori non siamo i paladini dei nostri figli, ma siamo i difensori dei loro interessi, e sostenere l’autorevolezza dei docenti dovrebbe essere il primo fra questi. Se non possiamo essere certi che tutti gli insegnanti rispettino allo stesso modo i bambini — ed è giusto prestarvi attenzione — possiamo però educare i bambini al rispetto per gli insegnanti. Avremo fornito ai nostri figli uno strumento prezioso per orientarsi sulla strada più difficile: quella del diventare individui autonomi, che non vivono le regole come una gabbia, ma come un’opportunità per strutturare un giorno le proprie.

Ricominciamo da qui.

 

decisioniPrima di addentrarci nello specifico argomento, cerchiamo di riprendere un articolo pubblicato il 6 novembre 2014. L’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dal 1994 ha avviato un progetto per promuovere, attraverso la scuola, la salute e il benessere di bambini e adolescenti. Questo progetto è detto “LIFE SKILLS” per i non inglesofoni Competenze di Vita. Lo scopo di questo progetto è quello di rendere bambini, ragazzi e adolescenti capaci (competenti) di affrontare e risolvere in maniera serena e positiva i piccoli e grandi problemi, i dubbi e le incomprensioni presenti quotidianamente nella vita di ciascuno (e chi dice che solo i grandi hanno i veri problemi si è dimenticato una parte della sua vita!)
Non a caso la prima delle competenze ad essere presa in esame è: la capacità di prendere decisioni detta altrimenti DECISION MAKING.

Si intende la capacità di esprimere un giudizio sul compiere o meno una azione, tenendo anche in conto le conseguenze che questa scelta potrebbe determinare.
Ognuno di noi si trova, in ogni momento della giornata, a dover prendere “piccole” decisioni (cosa mangio, come mi vesto) o “grandi” decisioni (che scuola voglio frequentare, accetterò o non accetterò l’invito a quella festa sapendo che si “sballa” di brutto……).
L’adolescenza ci trova talmente impegnati su tutti i fronti (cambiamenti del corpo, la vita sociale, i cambiamenti psicologici), che avere una buona capacità di prendere decisioni ci sarebbe certamente d’aiuto.

Cosa può quindi aiutarci in questa situazione?

Secondo le intenzioni dei grandi dell’OMS il modo migliore di apprestarsi a prendere una decisione è quello di valutare i pro e i contro e le possibili conseguenze che la scelta potrà avere in termini di costi e benefici: quindi  il valore che io, come persona, attribuisco a una cosa rispetto a un’altra. E’ un percorso che richiede una buona conoscenza di se stessi  e avere interiorizzato valori, priorità, tendenze personali.
Un piccolo pensiero lo dedicherei anche alla ricerca di possibili soluzioni alternative, mettendo in questo tutta la nostra creatività, fantasia, capacità di ragionamento; aiuta a una maggiore elasticità intellettiva e a migliorare la consapevolezza di sé.

regole_rapporto_di_coppia-300x225riflessioni di un sedicenne
Sant’Agostino, noto per aver scritto “Le confessioni” in cui racconta la conversione della sua vita, avvenuta soprattutto grazie alle preghiere  della madre, afferma: ”Ama e fa quello che vuoi”. Se mi guardo attorno noto che molti stanno vivendo alla lettera quanto il Santo ci ha invitato a fare. Ma forse ci stiamo o ci stanno prendendo in giro. Ci dicono che l’amore è bello finché dura, ci dicono che l’amore è bello farlo anche in tre, ci dicono che l’amore è bene farlo con il preservativo, ci dicono che l’amore è una cosa da grandi, ci dicono che…

Più che ascoltare che cosa ci dicono mi soffermo a pensare al significato vero e proprio della parola “amore”. Potrei dire che amore significa Nicoletta e Gianni che sono mia madre e mio padre, che da trent’anni sono ancora dentro a casa mia e dormono nello stesso letto. E’ difficile trovare esempi di tal genere in questo tempo che ti dice che l’amore è bello finché dura e quindi quello stabile e duraturo porta noia. Magari è bello farlo una volta con Carla, una con Francesca, una con Maria e una volta con Claudia.
Magari loro dicono che sei un grande amante, che ci sai fare e quindi è bello cambiare partner senza tanto pensarci. Forse non sanno che a casa mia amare significa Nicoletta e Gianni. Sono stato a “Casa Santa Chiara” dove muoiono giovani e non solo, uccisi da una delle malattie dell’amore, strano perché amore non dovrebbe significare morte, che non è il crepacuore o lo strazio di amare, ma l’AIDS. Forse è proprio dentro quella casa che tante persone vivono l’esperienza più grande dell’amore che è l’essere accolti per quello che sono con la loro storia, con i loro pregi e con i loro difetti e sono accompagnati fino a quel passaggio che non ha ritorno, quello che per la mia fede è il ritorno alla casa del Padre. Stiamo facendo quello che vogliamo, ma non sappiamo ancora che cos’è l’amore, quello vero che riempie l’animo di gioia. Ho provato a dirlo, spero di riuscire a viverlo.
SIMONE, 16 anni (Liceo Galilei di Dolo – Venezia)
Tratto da “Manuale pratico per operatori conduttori di moduli in classe”
a cura di Dr Fabrizio Guaita ULSS 3 Serenissima

Copyright 2011 Regione Veneto

felicitàUna domanda che ci poniamo spesso è “dove trovo la felicità?” e, soprattutto quando ci capita di vivere un momento di tristezza, pensiamo che per farlo passare in fretta dobbiamo dedicarsi a noi stessi. Lo shopping “terapeutico”, un giorno di ferie, un pomeriggio di massaggi presso un centro specializzato sicuramente possono contribuire a farci stare un po’ meglio, ma uno studio recente ha dimostrato come questo non produca benessere reale.

Alcuni studiosi dell’Università of South (Tennessee) hanno condotto una ricerca coinvolgendo 473 volontari che, divisi in vari gruppi, doveva per sei settimane compiere azioni differenti. Un gruppo aveva l’obiettivo di prendersi cura di sè stessi, un altro gruppo doveva compiere gesti di gentilezza per il mondo (es. raccogliere la spazzatura, curare spazi verdi comuni…); al terzo gruppo è stato chiesto di compiere atti di gentilezza e attenzione verso gli altri (aiutare in casa, offrire un caffè ad un amico…), infine, i partecipanti al quarto gruppo, di controllo, non hanno modificato il proprio comportamento.

felicità-3-850x445Al termine delle sei settimane gli psicologi hanno evidenziato una differenza nello stato di benessere dei vari gruppi, sottolineando come ci fosse una notevole differenza fra il gruppo che si era occupato degli altri (cose o persone) rispetto a chi si era occupato di “coccolarsi”. Compiere atti di gentilezza verso gli altri ha più probabilità di far provare uno stato di benessere nella persona che li compie, perchè permette di provare emozioni positive più intense. Altre ricerche condotte hanno evidenziato come un atteggiamento altruista possa ridurre la pressiona del sangue e lo stress, contribuendo al miglioramento dello stato fisico, oltre a quello mentale. Il dott. D. Keltner (professore a Berkeley – California) ha spiegato che il cervello, quando si compiono azioni di gentilezza, rilascia una sostanza chiamata dopamina, un neurotrasmettitore del benessere. Dedicarsi al benessere degli altri, quindi,  ha influenza diretta sul proprio benessere.

Come sosteneva più di 100 anni fa Baden Powell, fondatore degli scout, “Un passo verso la felicità lo farete conquistandovi salute e robustezza finché siete ragazzi, per poter essere utili e godere la vita pienamente una volta fatti uomini… Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto. Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri”.

 

Oggi proponiamo uno spunto di riflessione. E’ una lettera che sta girando sul web, scritta da Enrico Galliano, professore di una scuola di Pordenone, alla luce di quanto è successo all’alunna di 12 annni che si è gettata dal balcone dopo aver subito, per un lungo periodo, atti di bullismo dai compagni della sua scuola. La lettera é  indirizzata una parte ai ragazzi e una parte ai genitori.

A voi ragazzi

Mamma: Oggi una ragazza della mia città ha cercato di uccidersi.

Ha preso e si é buttata dal secondo piano….No, non é morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale . Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter comunicare con gli altri normalmente.

” Adesso sarete contenti”, ha scritto. Parlava ai suoi compagni.

Allora io adesso vi dico una cosa.E sarò un pò duro, vi avverto. Ma c’ho sta cosa dentro ed é difficile lasciarla lì.  Quando la finirete?  Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno?

Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano “solo parole”, che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi lì a scrivere quei messaggi – li ho letti, sì, i messaggi che siete capaci di scrivere – tutte le vostre “troia di merda”, i vostri “figlio di puttana”, i vostri “devi morire”.

Quando la finirete di dire: “Ma sì, io scherzavo” dopo esser stati capaci di scrivere “non meriti di esistere”?

Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo  “che ha il professore di sostegno” , quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?

Che cosa deve ancora succedere, perchè la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?

A voi genitori

E poi voi. Genitori, sì. Voi che i vostri figli sono capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte.

Quando la finirete di chiudere un occhio? Quando la finirete di dire: “Ma sì, ragazzate?”

Quando la finirete di non avere idea di che diavolo ci fanno 8 ore al giorno i vostri figli con quel telefono?

Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale? Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta l’anno (se va bene)?

Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non é una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perchè da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori?

A noi tutti

Perchè quando una ragazzina di 12 anni prova a buttarsi di sotto , non é solo una ragazzina di 12 anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quella età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì e non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto.

E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola, che é: “Basta”.

(Prof. Enrico Galliano di Pordenone)        stop bullismo

Affrontiamo ora un tema molto noto in adolescenza: le bugie. Le storie e i fatti raccontati dai ragazzi, a volte, possono essere ben lontani dalla realtà. Come mai? I motivi possono essere molti e vanno ricercati nella storia di ogni sigolo ragazzo e nella famiglia in cui è cresciuto.

La bugia viene usata in primo luogo per sfuggire ad un controllo: “hai fatto i compiti?” chiede la mamma “si, ho studiato tutto il pomeriggio” salvo poi collezionare una serie di voti non brillanti. In un secondo luogo sotto la non-verità si può trovare la paura di non essere capiti, oppure il timore della reazione dei genitori, quindi dicendo quella cosa piuttiosto che la verità l’adolescente pensa di essere accettato, di ricevere affetto non deludendo gli adulti. La bugia, inoltre può servire anche per ritagliarsi uno spazio di libertà nei confronti delle regole ferree imposte dai genitori. Oppure diventare un’auto consolazione che il ragazzo o la ragazza si dice per non soffrire di fronte ad una realtà dolorosa in quel momento. bugie-di-coppia

All’adolescente piace raccontare la vita che vorrebbe vivere, o le cose che gli piacerebbero fare o, a volte, quello che mamma e papà vorrebbero sentirsi dire. Anche per questi motivi racconta cose non vere.

Le bugie, però, possono anche rivelarsi il segnale di un malessere più grande che è difficile da gestire…

Che fare? Creare un clima di ascolto, dialogo e accettazione nella famiglia è il primo passo per permettere ai ragazzi di vivere il valore la sincerità, tenendo in considerazione che comunque la bugia è fisiologica nel percorso di crescita e maturazione personale di ogni adolescente.

Cari ragazzi, a volte può capitare di dire alcune non verità e di ritrovarsi a “doverne” raccontare molte e non potersi più fermare. Il vortice delle bugie può anche avere conseguenze pericolose perchè non viene distinta la realtà dalla menzogna e sembra non poter tornare indietro o smettere. Questo aspetto è sottovalutato quando viene detta la prima bugia… Considerate bene cosa può succedere dopo e riflettete sull’utilità di dire o non dirne o meno una, pensando che nonostante tutto gli adulti intorno a voi vogliono il vostro bene quindi i limiti, i “NO” e alcune scelte che non condividete hanno un perchè che forse capirete in un futuro non molto lontano.

Nella cronaca recente nazionale viene citata frequentemente questa nuova moda che sta dilagando fra i giovani italiani: dare pugni a passanti sconosciuti per divertiemento. Lo scopo del “gioco” è dimostrare il proprio coraggio, provando a “stendere” con un solo pugno l’ignaro passante. E’ una moda nata negli USA, che per emulazione si sta diffondendo in Italia, passando per altri stati europei (come la Gran Bretagna). Vari casi sono stati registrati a Milano, Roma, Torino, Napoli, Venezia…. Immancabile, il video postato successivamente su youtube, come documento dell’azione compiuta, esempio da commentare e imitare.

77364_knockoutViolenza e bullismo. Parole che risuonano anche in questi episodi sopracitati. Il divertimento sembra collegato alla violenza e, più ci sono danni fisici nell’altra persona, più ci si diverte. Violenza collegata alla noia che sembra pervadere la quotidianità di molti adolescenti. <<Ho voglia di picchiare qualcuno. Adesso do un pugno a quello>> ha confidato un quattordicenne ai suoi compagni durante la ricreazione, in una scuola di Torino.  Il ragazzo è stato denunciato. Queste aggressioni hanno una caratteristica particolari: avvengono, infatti, in luoghi affollati perchè la violenza deve essere ammirata. Non ci sono scopi legati a furti di oggetti o di vendette personali: i protagonisti del knockout game non si conoscono.

Non solo coetanei nel mirino dei teenager: anche numerosi pensionati sono stati colpiti da questa moda. << Ti prendono alla sprovvista quando sei distratto e colpiscono forte per non farti reagire>> commenta una vittina intervistata (Corriere della Sera – Roma, venerdì 21 novembre 2014).

Il “gioco” ora, inoltre, sembra essere evoluto nelle sue forme: le vittime non sono soltanto pedoni, ma alcuni episodi riguardano autisti di ciclomotori.

La violenza è il filo conduttore di queste azioni. Violenza come distruzione, è l’espressione esterna di un vissuto interiore, di un’energia che si origina nella mente e viene espressa attraverso il comportamento. La violenza è spesso giustificata da un bisogno di proteggersi da un “nemico”. Quest’ultimo può essere pirncipalemente di tre tipi: cioè che è estraneo, ciò che rappresenta l’autorità e, infine, ciò che è debole. In ogni caso alla base delle azioni c’è un conflitto interiore di chi le commette, anche se non del tutto consapevole.

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Commettere atti di violenza nel knockout game viene giustificato dal “divertimento”, come se fare del male ad uno sconosciuto provocasse piacere in chi lo fa. Forse il problema sta a monte, in adolescenti che vivono momenti difficili e sono costretti a gestirli da soli, per mancanza di adulti capaci di ascoltarli e seguirli. Ragazzi che a casa sembrano angioletti e lungo il marciapiede si ritrovano ad agire violenza verso un ignaro passante. Come si è arrivati a tutto questo? Probabilmente ignorando campanelli d’allarme (a casa e a scuola) fra i quali, oltre all’aggressività verbale, possiamo inserire anche il silenzio.

E il rispetto? Anche in questo settore gli adulti dovrebbero porsi alcune domande, perchè forse l’educazione è un po’ superficiale. Rispetto che si impara in primo luogo a casa, e poi a scuola, luoghi privilegiati di formazione degli adulti del futuro. Anche riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni sembra un’abitudine fuori moda… che sta lasciando lo spazio ad altre “mode” più pericolose.

Se hai assistito a scene di violenza o ne sei vittima (nel senso sia che la subisci sia che è l’unico mezzo con il quale ti relazioni agli altri) non esitare a contattarci allo 0439-883170 o a scriversi a nuvoleinviaggio@consultoriogiovanifeltre.net! Nel prossimo post vi parleremo anche di una importante iniziativa dedicata a queste problematiche.

 

img. articolo Life s.

 

Partiamo dall’inizio: L’O.M.S. nel 1994 ha avviato il progetto “LIFE SKILLS”, volto a promuovere la salute ed il benessere di bambini e adolescenti,  intesi come sviluppo delle potenzialità umane.

Secondo la definizione dell’O.M.S. le life skills sono: abilità/capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana.

In altre parole, la scuola ci aiuta a tirar fuori le nostre abilità, conoscenze e valori, acquisiti sia in ambito scolastico che extrascolastico (famiglia, amici, sport ecc.). L’obiettivo è far diventare bambini, ragazzi ed adolescenti capaci (COMPETENTI) di affrontare e risolvere in maniera serena e positiva i piccoli e grandi problemi, le incomprensioni e i dubbi della vita di ciascuno. Per esempio ci aiuta ad affrontare le pressioni dei coetanei verso atteggiamenti o esperienze sui quali non siamo d’accordo (come può essere per assunzione di alcol/droghe) o per i quali non ci sentiamo ancora pronti (come la scelta di  avere rapporti sessuali) .

Le principali LIFE SKILLS  sono:

 Decision making: capacità di prendere decisioni

 Problem solving: capacità di risolvere i problemi

Creatività:cercare le varie possibilità e alternative anche con la fantasia per risolvere un problema

Comunicazione efficace: imparare ad esprimere il proprio pensiero anche in modo comprensibile agli altri

Capacità di interagire: relazionarsi con gli altri in maniera positiva,

Autocoscienza: conoscersi bene sia nei lati positivi che negativi del proprio carattere.

Empatia:volontà di capire gli altri, di mettersi nei loro panni,

Gestione delle emozioni: riconoscere le proprie emozioni (sia positive che negative) sapendo che esse hanno una forte influenza sul nostro comportamento e sulle reazioni altrui,

Gestione dello stress: riconoscere le cause di tensione per riuscire a controllarle.

Senso critico: analizzare le informazioni (valutandone vantaggi e svantaggi), cercando di superare le influenze esterne per decidere più serenamente ed autonomamente,

Le Life Skills rendono la persona capace di trasformare le conoscenze, gli atteggiamenti ed i valori in reali capacità, ciò significa sapere cosa fare e come farlo. Si tratta di avere un comportamento sano e positivo! In questo modo le ‘life skills’  equipaggiano voi ragazzi a fare scelte consapevoli, limitando i comportamenti a rischio.

Come Consultorio Giovani, in collaborazione con gli istituti scolastici e con gli altri servizi ULSS, quest’anno ci siamo attivati per fare progetti che prevedano l’insegnamento delle life skills (vd. nella parte in alto “progetti a.s. 2014/2015) nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado.

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L’adolescenza è il periodo in cui si comincia ad avvicinarsi all’altro sesso alla ricerca di qualcosa che vada oltre l’amicizia. Si inizia ad esplorare un mondo nuovo sul quale si fantastica molto.

Anche per questo motivo l’hanno scorso è stato portato avanti il progetto “Amore e sesso: che scoperta megagalattica” con i ragazzi delle terze medie del territorio feltrino. Il lavoro ha permesso a chi vi ha preso parte, di confrontarsi con il tema della relazione con l’altro sesso. Si è parlato di amore, aspettative, desideri… e si è cercato di capire come i ragazzi vedano l’ipotetico/a fidanzato/a ed il rapporto con lui/lei.

A differenza di quanto gli adulti possano pensare, le relazioni desiderate dagli adolescenti sono tutt’altro che superficiali. Ragazze e ragazzi indistintamente esprimono la voglia di creare una relazione profonda, fondata sul rispetto e la sincerità reciproche. Emerge molto il bisogno di avere a fianco una persona affidabile, sensibile e capace d’ascoltare. Altro desiderio comune è quello di trovare qualcuno che sappia diventare complice e punto di riferimento.

Gli adolescenti, maschi e femmine, sognano quindi l’amore dolce e romantico. Manifestano un generale bisogno di vicinanza, fisica ed emotiva, legato all’idea che per essere vicini e funzionare come coppia non si debba litigare. I ragazzi sembrano condividere la paura del conflitto, lo considerano in maniera negativa senza pensare che possa invece essere costruttivo. Il confronto infatti, se ben gestito, può portarsi dietro un’evoluzione… può aiutare le persone a conoscersi meglio e renderle più unite e consapevoli delle necessità dell’altro. Rappresenta un momento in cui ci si mette alla prova come coppia ma anche come singoli, si sperimenta la propria capacità di trovare un accordo comune, che possa soddisfare i bisogni di entrambi.

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