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E’ appena terminata la settimana nazionale della dislessia. Un ragazzo così la definisce……

“Mi piace pensare ad un dislessico come a un autista con una macchina uguale alle altre , con un motore potente, ma che, per arrivare al traguardo, deve fare una strada in salita rispetto alle altre e più lunga. Alla fine, dopo tanta fatica e impegno, arriva pure stremato, ma arriva e forse se vede intorno a se persone che lo aiutano e non lo abbandonano mai, impara qualcosa più degli altri, l’amore per i propri cari e il riconoscimento per l’impegno altrui”. (tratto da storie di dislessia….”Dislessia: Io ti conosco”)

Un tempo la dislessia non era diagnosticata e per i bambini/ragazzi  la scuola, spesso, era vissuta come un vero incubo. Oggi grazie alla diagnosi precoce e al suo riconoscimento all’interno della scuola, i ragazzi possono avvalersi di adeguati strumenti compensativi che permettono loro  di svolgere il percorso scolastico in maniera serena e gratificante.

Riportiamo un racconto di una giovane che ha vissuto la dislessia e desidera dare una testimonianza positiva ai ragazzi.     

Dyslexia

“Scrivo la mia testimonianza per rassicurare chi è vicino alla dislessia.                                                                                                                                                                                                                      In prima elementare mi è stato riscontrato il problema della dislessia, non avevo alcun problema nella lettura ma non distinguevo alcuni suoni o forme delle lettere (mi parevano uguali) es la C con G e la D con B e per questo sbagliavo a scrivere e avevo anche problemi nel ragionamento logico. Alle elementari anche se venivo isolata dalle maestre, le quale avevo soltanto avvisato i miei dicendo che ero “stupida” incapace di imparare a contare bene e scrivere correttamente, i miei genitori mi hanno fatto fare vari esami, tra cui il test di intelligenza, perché a quel tempo si conosceva poco sull’argomento. Risultai essere molto intelligente, con molta memoria e un ottimo spirito di osservazione visiva per forme e figure, da qui iniziò il mio percorso.

Incontrai (dopo averne conosciute alcune che mi facevano soltanto disegnare o fare righe dritte sui fogli, facendomi sentire parecchio fuori luogo e stupida) una brava logopedista, mi insegnò a riconoscere il suono tramite il gioco e la lettura, e soprattutto fu in grado di darmi autostima.
Successivamente durante il liceo non ebbi alcun tipo di problema in nessuna materia, avevo bei voti sia in italiano, sia in fisica, in chimica e in matematica. OVVIO Il ragionamento logico è arrivato con il tempo, ho dovuto mettere forse più impegno degli altri nei primi due anni del liceo per comprendere fisica e matematica, ma dalla terza in poi è stato sempre tutto più facile. Idem per inglese, dove bisogna studiare bene il suono delle lettere, molto diverse da quelle italiane. Gli otto iniziavano ad arrivare sempre più facilmente e sapevo di aver consolidato un mio metodo di studio.
Che dire di altro? Mi sono diplomata al liceo e ora studio per il test d’ingresso all’università.
Ho sempre creduto che la prima cosa che bisogna insegnare a un bambino dislessico e l’autostima, arrivata quella si comprendono molte cose e nulla sembra irraggiungibile.
Ps ( non ho mai avuto l’insegnante di sostegno, me la sono sempre cavata da sola, studiando e correggendomi strada facendo, ovvio i casi di dislessia più gravi hanno bisogno di una figura di sostegno, ma chi può farcela da solo deve essere spronato, non adagiarsi e pensare che ci sarà sempre un aiuto dietro).” (tratto da testimonianze sulla dislessia/blogdi Rossella Grenci)

 

Ah non dimentichiamo che quest’anno il Premio Nobel 2017 per la chimica é andato a Jacques Dubochet che è dislessico e lo ha voluto scrivere con orgoglio sul suo curriculum per incoraggiare i ragazzi ad arrivare ai loro obbiettivi.

 

Riflessioni……….

di

Matteo Bussola, scrittore e autore di “Notti in bianco, baci a colazione” sul tema della paternità (del 2016) ed. Einaudi

 

Quando abbiamo cominciato a mettere in discussione l’autorità degli insegnanti? E quando ci siamo convinti che fare il bene dei nostri figli significasse impedire a chiunque di metterli in crisi? Ecco perché invece di essere un ponte tra la scuola e i nostri ragazzi sempre più spesso siamo diventati un ostacolo.

Cari genitori, scrivo a voi, dunque a me stesso, per cercare di capire cosa ci abbia portati fino a qui. “Qui” è la relazione sempre più problematica che abbiamo con la scuola dei nostri figli. Fra la prima e i secondi dovremmo essere un ponte, invece ci troviamo sempre più spesso a rappresentare un ostacolo. Parlo da osservatore diretto: ho una figlia alla scuola materna, due alla primaria, il retaggio aggiuntivo di una madre ex docente di Lettere, diversi amici insegnanti.

Una di questi, maestra di scuola elementare, mi ha raccontato di recente una vicenda. Durante una lezione ha ripreso con fermezza un suo alunno, e per questo motivo ha subìto pesanti conseguenze.

Il bambino, a quanto pare, è tornato a casa e ha raccontato ai genitori di essere stato picchiato dalla maestra. I genitori si sono rivolti al preside chiedendo sanzioni, il preside ha preso immediati provvedimenti. Nessuno ha messo in discussione la versione del bambino, nessuno ha creduto a quella dell’insegnante. Una settimana dopo l’alunno ha rivelato di essersi inventato tutto, nonostante questo i provvedimenti sono rimasti attivi.

Ora, una singola testimonianza non ha valore di campione statistico, ma va detto che quando mi è stata riportata non sono rimasto sorpreso, perché storie come questa sono sempre più frequenti. Fa riflettere il fatto che, anche solo vent’anni fa, una cosa del genere non sarebbe mai successa: una volta rimproverato dall’insegnante, a casa il bambino si sarebbe sentito dire il resto dai genitori, e sarebbe finita lì.

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Il fatto è che se è vero che non tutti i bambini dicono la verità, è altrettanto vero che non tutti gli insegnanti sono integerrimi. Ma il sacrosanto diritto a vigilare sugli eccessi non dovrebbe trasformarsi nella giustificazione dei figli in automatico. La sensazione è che questo avvenga perché, dopo anni di precise responsabilizzazioni di madri e padri nei confonti dei figli, ci pare inaccettabile non avere il pieno controllo di ogni aspetto della loro vita, compreso il rendimento scolastico. Di più: di fronte a un brutto voto, o un ammonimento disciplinare, ci sentiamo messi in discussione nel nostro ruolo, come se le difficoltà scolastiche avessero come unica causa la nostra disattenzione. Ma se un insegnante rimprovera nostro figlio non significa che stia criticando noi, vuol dire anzi che sta cercando la nostra collaborazione. Invece, siamo arrivati a un punto in cui gli insegnanti vengono criminalizzati quasi a prescindere, il problema negato, e la psicosi è ormai tale per cui perfino alcuni dirigenti scolastici non credono ai propri docenti o non si possono permettere di prendere le loro difese.

La domanda che “ci” pongo è: quand’è che siamo diventati così?

Quando abbiamo cominciato a pensare alla scuola come all’erogazione di un servizio, nel quale il cliente deve avere sempre ragione? Quando abbiamo iniziato a mettere in discussione l’autorità dei docenti, a partire dai compiti assegnati a casa? Perché le chat di classe su WhatsApp, che dovrebbero essere luogo di confronto e partecipazione, diventano sempre più spesso pretesto per critiche aggressive? Ma soprattutto: quand’è che ci siamo convinti che essere genitori volesse dire vivere le vite dei nostri figli, che fare il loro bene significasse impedire a chiunque di metterli in crisi, mentre la crisi è uno strumento di crescita indispensabile?

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: quello di formare gli adulti che saranno. Non di stare un passo avanti a loro nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a sostenerli se cadranno. Quando succederà, col nostro aiuto potrebbero apprendere che da un fallimento si può imparare quanto da un piazzamento, e che può essere più mortificante e pericoloso un bel voto immeritato piuttosto che un brutto voto giusto o un rimprovero subìto. Su tutto, sarebbe ora di rendersi conto che noi genitori non siamo i paladini dei nostri figli, ma siamo i difensori dei loro interessi, e sostenere l’autorevolezza dei docenti dovrebbe essere il primo fra questi. Se non possiamo essere certi che tutti gli insegnanti rispettino allo stesso modo i bambini — ed è giusto prestarvi attenzione — possiamo però educare i bambini al rispetto per gli insegnanti. Avremo fornito ai nostri figli uno strumento prezioso per orientarsi sulla strada più difficile: quella del diventare individui autonomi, che non vivono le regole come una gabbia, ma come un’opportunità per strutturare un giorno le proprie.

Ricominciamo da qui.

 

decisioniPrima di addentrarci nello specifico argomento, cerchiamo di riprendere un articolo pubblicato il 6 novembre 2014. L’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dal 1994 ha avviato un progetto per promuovere, attraverso la scuola, la salute e il benessere di bambini e adolescenti. Questo progetto è detto “LIFE SKILLS” per i non inglesofoni Competenze di Vita. Lo scopo di questo progetto è quello di rendere bambini, ragazzi e adolescenti capaci (competenti) di affrontare e risolvere in maniera serena e positiva i piccoli e grandi problemi, i dubbi e le incomprensioni presenti quotidianamente nella vita di ciascuno (e chi dice che solo i grandi hanno i veri problemi si è dimenticato una parte della sua vita!)
Non a caso la prima delle competenze ad essere presa in esame è: la capacità di prendere decisioni detta altrimenti DECISION MAKING.

Si intende la capacità di esprimere un giudizio sul compiere o meno una azione, tenendo anche in conto le conseguenze che questa scelta potrebbe determinare.
Ognuno di noi si trova, in ogni momento della giornata, a dover prendere “piccole” decisioni (cosa mangio, come mi vesto) o “grandi” decisioni (che scuola voglio frequentare, accetterò o non accetterò l’invito a quella festa sapendo che si “sballa” di brutto……).
L’adolescenza ci trova talmente impegnati su tutti i fronti (cambiamenti del corpo, la vita sociale, i cambiamenti psicologici), che avere una buona capacità di prendere decisioni ci sarebbe certamente d’aiuto.

Cosa può quindi aiutarci in questa situazione?

Secondo le intenzioni dei grandi dell’OMS il modo migliore di apprestarsi a prendere una decisione è quello di valutare i pro e i contro e le possibili conseguenze che la scelta potrà avere in termini di costi e benefici: quindi  il valore che io, come persona, attribuisco a una cosa rispetto a un’altra. E’ un percorso che richiede una buona conoscenza di se stessi  e avere interiorizzato valori, priorità, tendenze personali.
Un piccolo pensiero lo dedicherei anche alla ricerca di possibili soluzioni alternative, mettendo in questo tutta la nostra creatività, fantasia, capacità di ragionamento; aiuta a una maggiore elasticità intellettiva e a migliorare la consapevolezza di sé.

regole_rapporto_di_coppia-300x225riflessioni di un sedicenne
Sant’Agostino, noto per aver scritto “Le confessioni” in cui racconta la conversione della sua vita, avvenuta soprattutto grazie alle preghiere  della madre, afferma: ”Ama e fa quello che vuoi”. Se mi guardo attorno noto che molti stanno vivendo alla lettera quanto il Santo ci ha invitato a fare. Ma forse ci stiamo o ci stanno prendendo in giro. Ci dicono che l’amore è bello finché dura, ci dicono che l’amore è bello farlo anche in tre, ci dicono che l’amore è bene farlo con il preservativo, ci dicono che l’amore è una cosa da grandi, ci dicono che…

Più che ascoltare che cosa ci dicono mi soffermo a pensare al significato vero e proprio della parola “amore”. Potrei dire che amore significa Nicoletta e Gianni che sono mia madre e mio padre, che da trent’anni sono ancora dentro a casa mia e dormono nello stesso letto. E’ difficile trovare esempi di tal genere in questo tempo che ti dice che l’amore è bello finché dura e quindi quello stabile e duraturo porta noia. Magari è bello farlo una volta con Carla, una con Francesca, una con Maria e una volta con Claudia.
Magari loro dicono che sei un grande amante, che ci sai fare e quindi è bello cambiare partner senza tanto pensarci. Forse non sanno che a casa mia amare significa Nicoletta e Gianni. Sono stato a “Casa Santa Chiara” dove muoiono giovani e non solo, uccisi da una delle malattie dell’amore, strano perché amore non dovrebbe significare morte, che non è il crepacuore o lo strazio di amare, ma l’AIDS. Forse è proprio dentro quella casa che tante persone vivono l’esperienza più grande dell’amore che è l’essere accolti per quello che sono con la loro storia, con i loro pregi e con i loro difetti e sono accompagnati fino a quel passaggio che non ha ritorno, quello che per la mia fede è il ritorno alla casa del Padre. Stiamo facendo quello che vogliamo, ma non sappiamo ancora che cos’è l’amore, quello vero che riempie l’animo di gioia. Ho provato a dirlo, spero di riuscire a viverlo.
SIMONE, 16 anni (Liceo Galilei di Dolo – Venezia)
Tratto da “Manuale pratico per operatori conduttori di moduli in classe”
a cura di Dr Fabrizio Guaita ULSS 3 Serenissima

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felicitàUna domanda che ci poniamo spesso è “dove trovo la felicità?” e, soprattutto quando ci capita di vivere un momento di tristezza, pensiamo che per farlo passare in fretta dobbiamo dedicarsi a noi stessi. Lo shopping “terapeutico”, un giorno di ferie, un pomeriggio di massaggi presso un centro specializzato sicuramente possono contribuire a farci stare un po’ meglio, ma uno studio recente ha dimostrato come questo non produca benessere reale.

Alcuni studiosi dell’Università of South (Tennessee) hanno condotto una ricerca coinvolgendo 473 volontari che, divisi in vari gruppi, doveva per sei settimane compiere azioni differenti. Un gruppo aveva l’obiettivo di prendersi cura di sè stessi, un altro gruppo doveva compiere gesti di gentilezza per il mondo (es. raccogliere la spazzatura, curare spazi verdi comuni…); al terzo gruppo è stato chiesto di compiere atti di gentilezza e attenzione verso gli altri (aiutare in casa, offrire un caffè ad un amico…), infine, i partecipanti al quarto gruppo, di controllo, non hanno modificato il proprio comportamento.

felicità-3-850x445Al termine delle sei settimane gli psicologi hanno evidenziato una differenza nello stato di benessere dei vari gruppi, sottolineando come ci fosse una notevole differenza fra il gruppo che si era occupato degli altri (cose o persone) rispetto a chi si era occupato di “coccolarsi”. Compiere atti di gentilezza verso gli altri ha più probabilità di far provare uno stato di benessere nella persona che li compie, perchè permette di provare emozioni positive più intense. Altre ricerche condotte hanno evidenziato come un atteggiamento altruista possa ridurre la pressiona del sangue e lo stress, contribuendo al miglioramento dello stato fisico, oltre a quello mentale. Il dott. D. Keltner (professore a Berkeley – California) ha spiegato che il cervello, quando si compiono azioni di gentilezza, rilascia una sostanza chiamata dopamina, un neurotrasmettitore del benessere. Dedicarsi al benessere degli altri, quindi,  ha influenza diretta sul proprio benessere.

Come sosteneva più di 100 anni fa Baden Powell, fondatore degli scout, “Un passo verso la felicità lo farete conquistandovi salute e robustezza finché siete ragazzi, per poter essere utili e godere la vita pienamente una volta fatti uomini… Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto. Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri”.

 

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