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Riflessioni……….

di

Matteo Bussola, scrittore e autore di “Notti in bianco, baci a colazione” sul tema della paternità (del 2016) ed. Einaudi

 

Quando abbiamo cominciato a mettere in discussione l’autorità degli insegnanti? E quando ci siamo convinti che fare il bene dei nostri figli significasse impedire a chiunque di metterli in crisi? Ecco perché invece di essere un ponte tra la scuola e i nostri ragazzi sempre più spesso siamo diventati un ostacolo.

Cari genitori, scrivo a voi, dunque a me stesso, per cercare di capire cosa ci abbia portati fino a qui. “Qui” è la relazione sempre più problematica che abbiamo con la scuola dei nostri figli. Fra la prima e i secondi dovremmo essere un ponte, invece ci troviamo sempre più spesso a rappresentare un ostacolo. Parlo da osservatore diretto: ho una figlia alla scuola materna, due alla primaria, il retaggio aggiuntivo di una madre ex docente di Lettere, diversi amici insegnanti.

Una di questi, maestra di scuola elementare, mi ha raccontato di recente una vicenda. Durante una lezione ha ripreso con fermezza un suo alunno, e per questo motivo ha subìto pesanti conseguenze.

Il bambino, a quanto pare, è tornato a casa e ha raccontato ai genitori di essere stato picchiato dalla maestra. I genitori si sono rivolti al preside chiedendo sanzioni, il preside ha preso immediati provvedimenti. Nessuno ha messo in discussione la versione del bambino, nessuno ha creduto a quella dell’insegnante. Una settimana dopo l’alunno ha rivelato di essersi inventato tutto, nonostante questo i provvedimenti sono rimasti attivi.

Ora, una singola testimonianza non ha valore di campione statistico, ma va detto che quando mi è stata riportata non sono rimasto sorpreso, perché storie come questa sono sempre più frequenti. Fa riflettere il fatto che, anche solo vent’anni fa, una cosa del genere non sarebbe mai successa: una volta rimproverato dall’insegnante, a casa il bambino si sarebbe sentito dire il resto dai genitori, e sarebbe finita lì.

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Il fatto è che se è vero che non tutti i bambini dicono la verità, è altrettanto vero che non tutti gli insegnanti sono integerrimi. Ma il sacrosanto diritto a vigilare sugli eccessi non dovrebbe trasformarsi nella giustificazione dei figli in automatico. La sensazione è che questo avvenga perché, dopo anni di precise responsabilizzazioni di madri e padri nei confonti dei figli, ci pare inaccettabile non avere il pieno controllo di ogni aspetto della loro vita, compreso il rendimento scolastico. Di più: di fronte a un brutto voto, o un ammonimento disciplinare, ci sentiamo messi in discussione nel nostro ruolo, come se le difficoltà scolastiche avessero come unica causa la nostra disattenzione. Ma se un insegnante rimprovera nostro figlio non significa che stia criticando noi, vuol dire anzi che sta cercando la nostra collaborazione. Invece, siamo arrivati a un punto in cui gli insegnanti vengono criminalizzati quasi a prescindere, il problema negato, e la psicosi è ormai tale per cui perfino alcuni dirigenti scolastici non credono ai propri docenti o non si possono permettere di prendere le loro difese.

La domanda che “ci” pongo è: quand’è che siamo diventati così?

Quando abbiamo cominciato a pensare alla scuola come all’erogazione di un servizio, nel quale il cliente deve avere sempre ragione? Quando abbiamo iniziato a mettere in discussione l’autorità dei docenti, a partire dai compiti assegnati a casa? Perché le chat di classe su WhatsApp, che dovrebbero essere luogo di confronto e partecipazione, diventano sempre più spesso pretesto per critiche aggressive? Ma soprattutto: quand’è che ci siamo convinti che essere genitori volesse dire vivere le vite dei nostri figli, che fare il loro bene significasse impedire a chiunque di metterli in crisi, mentre la crisi è uno strumento di crescita indispensabile?

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: quello di formare gli adulti che saranno. Non di stare un passo avanti a loro nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a sostenerli se cadranno. Quando succederà, col nostro aiuto potrebbero apprendere che da un fallimento si può imparare quanto da un piazzamento, e che può essere più mortificante e pericoloso un bel voto immeritato piuttosto che un brutto voto giusto o un rimprovero subìto. Su tutto, sarebbe ora di rendersi conto che noi genitori non siamo i paladini dei nostri figli, ma siamo i difensori dei loro interessi, e sostenere l’autorevolezza dei docenti dovrebbe essere il primo fra questi. Se non possiamo essere certi che tutti gli insegnanti rispettino allo stesso modo i bambini — ed è giusto prestarvi attenzione — possiamo però educare i bambini al rispetto per gli insegnanti. Avremo fornito ai nostri figli uno strumento prezioso per orientarsi sulla strada più difficile: quella del diventare individui autonomi, che non vivono le regole come una gabbia, ma come un’opportunità per strutturare un giorno le proprie.

Ricominciamo da qui.

 

libro tutto troppo prestoVi proponiamo un libro, a nostro avviso molto interessante, da leggere durante le vostre vacanze: “Tutto troppo presto” di Alberto Pellai.  E’ un libro che ha l’obbiettivo di accompagnare ragazzi ma sopratutto genitori nel tema dell’educazione sessuale nell’era di internet e delle nuove tecnologie. Come dice Pellai “…é un argomento per nulla semplice e scontato se solo si pensa che un ragazzo o ragazza d’oggi, prima ancora di avere la sua prima esperienza sessuale, è già stato esposto/a ad un numero di immagini di natura sessuale inimmaginabile per un adulto appartenente alle generazioni precedenti…”. Il libro è organizzato in quattro capitoli tematici e affronta il tema della sessualizzazione precoce delle bambine, il fenomeno del sexting, la pornografia e l’adescamento online; ci sono proposte di film da vedere a scuola e in famiglia e indicazioni su cosa fare qualora si è coinvolti in situazioni poco piacevoli.

Buona lettura!!!!

 

decisioniPrima di addentrarci nello specifico argomento, cerchiamo di riprendere un articolo pubblicato il 6 novembre 2014. L’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dal 1994 ha avviato un progetto per promuovere, attraverso la scuola, la salute e il benessere di bambini e adolescenti. Questo progetto è detto “LIFE SKILLS” per i non inglesofoni Competenze di Vita. Lo scopo di questo progetto è quello di rendere bambini, ragazzi e adolescenti capaci (competenti) di affrontare e risolvere in maniera serena e positiva i piccoli e grandi problemi, i dubbi e le incomprensioni presenti quotidianamente nella vita di ciascuno (e chi dice che solo i grandi hanno i veri problemi si è dimenticato una parte della sua vita!)
Non a caso la prima delle competenze ad essere presa in esame è: la capacità di prendere decisioni detta altrimenti DECISION MAKING.

Si intende la capacità di esprimere un giudizio sul compiere o meno una azione, tenendo anche in conto le conseguenze che questa scelta potrebbe determinare.
Ognuno di noi si trova, in ogni momento della giornata, a dover prendere “piccole” decisioni (cosa mangio, come mi vesto) o “grandi” decisioni (che scuola voglio frequentare, accetterò o non accetterò l’invito a quella festa sapendo che si “sballa” di brutto……).
L’adolescenza ci trova talmente impegnati su tutti i fronti (cambiamenti del corpo, la vita sociale, i cambiamenti psicologici), che avere una buona capacità di prendere decisioni ci sarebbe certamente d’aiuto.

Cosa può quindi aiutarci in questa situazione?

Secondo le intenzioni dei grandi dell’OMS il modo migliore di apprestarsi a prendere una decisione è quello di valutare i pro e i contro e le possibili conseguenze che la scelta potrà avere in termini di costi e benefici: quindi  il valore che io, come persona, attribuisco a una cosa rispetto a un’altra. E’ un percorso che richiede una buona conoscenza di se stessi  e avere interiorizzato valori, priorità, tendenze personali.
Un piccolo pensiero lo dedicherei anche alla ricerca di possibili soluzioni alternative, mettendo in questo tutta la nostra creatività, fantasia, capacità di ragionamento; aiuta a una maggiore elasticità intellettiva e a migliorare la consapevolezza di sé.

Venerdì 18 novembre in sala convegni dell’ULSS 2 di Feltre si è svolto il primo incontro  rivolto ai genitori con figli della scuola dell’infanzia e primaria. Il tema proposto é stato “I bambini e le emozioni: sentire, parlare, comprendere”. L’incontro  è stato tenuto dagli operatori del Dipartimento di Prevenzione Anna Dal Pan, Psicologa  e Marzia Colmanet, Infermiera Professionale e ha visto coinvolti più di 200 tra genitori e insegnanti del territorio feltrino.

Il prossimo appuntamento sarà di lunedì (in via eccezionale) , 12 dicembre, in sala convegni dell’ULSS 2, alle h 20 e il tema é “Regole e limiti: nutrimento per la crescita di bambini e adolescenti nel mondo che cambia” tenuto dagli operatori  Mara Frare (Psicologa-Psicoterapeuta del Consultorio Familiare) e  Cinzia Lusa (Educatore Professionale del SERD).

imagesIn questo mondo ricco di migrazioni e cambiamenti vogliamo parlare di un argomento nuovo che vede protagonista due temi solo apparentemente distanti; cultura e sessualità. La cultura è l’insieme di valori, idee, norme e atteggiamenti appresi all’interno di un gruppo sociale.  Condividere la stessa cultura è un prerequisito per essere ammesso in quel gruppo.

Entrare in relazione con persone di cultura diversa è, nella nostra società, un aspetto quotidiano e che richiede riflessione e attenzione. Il mondo globalizzato attuale ha come effetto l’avvicinamento di culture diverse: la comunicazione assume inevitabilmente carattere interculturale.

La cultura forma e influenza l’identità di ogni individuo, in ogni dimensione della personalità, compresa la sessualità. Quest’ultima è un aspetto fondamentale della vita di relazionVoltie, e ha a che fare con la crescita, le emozioni, il piacere e la responsabilità nei confronti di sè stessi e degli altri. Si possono evidenziare cinque dimensioni della sessualità:

  1. la dimensione biologica cioè lo sviluppo sessuale dal concepimento alla cocnlusione della pubertà
  2. la dimensione psicosociale cioè gli atteggiamenti sessuali e legati all’identità di genere, maschile e femminile, appresi nell’infanzia
  3. la dimensione comportamentale  cioè le azioni compiute nella sfera delle relazioni
  4. la dimensione clinica cioè tutti quei fattori fisici (malattie, incidenti, ma anche droga e alcol…) che influenzano il piacere sessuale
  5. la dimensione culturale cioè il sistema di valori relativi alla sessualità. NON ESISTE UN SISTEMA DI VALORI UNIVERSALI relativo a questo argomento.

La cultura ha, quindi, influenza diretta sul comportamento sessuale e sul modo di entrare in relazione con l’altro diverso da sè. Guardarsi negli occhi, avere contatti fisici brevi (darsi la mano), coprire il proprio corpo quasi interamente (vale per le donne), rivolgere la parola ad una persona di un sesso diverso sono pochi esempi di azioni legate a codici di comportamento culturali.

Avere una relazione di amicizia o intima con una persona di una cultura diversa è una esperienza  molto arricchente, ma a volte possono crearsi delle incomprensioni, perchè non si condividono le stesse regole implicite che sono apprese dalla cultura di riferimento.

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Buon 8 marzo, a tutte le donne

A quelle che non hanno il dono di un sorriso

A quelle che non hanno una carezza sulla pelle

A quelle che non conoscono la dolcezza

A quelle che in silenzio subiscono la violenza

A quelle che non possono sciogliersi i capelli al vento

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Buon 8 marzo, a tutte le donne

A quelle che abbracciano con amore

A quelle che illuminano l’anima

A quelle che parlano dentro oltre lo sguardo

A quelle che sorridono con i colori dell’arcobaleno

A tutte quelle che danno energia alla libertà della vita

(di Michele Luongo)

 

Oggi proponiamo uno spunto di riflessione. E’ una lettera che sta girando sul web, scritta da Enrico Galliano, professore di una scuola di Pordenone, alla luce di quanto è successo all’alunna di 12 annni che si è gettata dal balcone dopo aver subito, per un lungo periodo, atti di bullismo dai compagni della sua scuola. La lettera é  indirizzata una parte ai ragazzi e una parte ai genitori.

A voi ragazzi

Mamma: Oggi una ragazza della mia città ha cercato di uccidersi.

Ha preso e si é buttata dal secondo piano….No, non é morta. Ma la botta che ha preso ha rischiato di prenderle la spina dorsale . Per poco non le succedeva qualcosa di forse peggiore della morte: la condanna a restare tutta la vita immobile e senza poter comunicare con gli altri normalmente.

” Adesso sarete contenti”, ha scritto. Parlava ai suoi compagni.

Allora io adesso vi dico una cosa.E sarò un pò duro, vi avverto. Ma c’ho sta cosa dentro ed é difficile lasciarla lì.  Quando la finirete?  Quando finirete di mettervi in due, in tre, in cinque, in dieci contro uno?

Quando finirete di far finta che le parole non siano importanti, che siano “solo parole”, che non abbiano conseguenze, e poi di mettervi lì a scrivere quei messaggi – li ho letti, sì, i messaggi che siete capaci di scrivere – tutte le vostre “troia di merda”, i vostri “figlio di puttana”, i vostri “devi morire”.

Quando la finirete di dire: “Ma sì, io scherzavo” dopo esser stati capaci di scrivere “non meriti di esistere”?

Quando la finirete di ridere, e di ridere così forte, quando passa la ragazza grassa, quando la finirete di indicare col dito il ragazzo  “che ha il professore di sostegno” , quando la finirete di dividere il mondo in fighi e sfigati?

Che cosa deve ancora succedere, perchè la finiate? Che cosa aspettate? Che tocchi al vostro compagno, alla vostra amica, a vostra sorella, a voi?

A voi genitori

E poi voi. Genitori, sì. Voi che i vostri figli sono capaci di scrivere certi messaggi. O quelli che ridono così forte.

Quando la finirete di chiudere un occhio? Quando la finirete di dire: “Ma sì, ragazzate?”

Quando la finirete di non avere idea di che diavolo ci fanno 8 ore al giorno i vostri figli con quel telefono?

Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni che scriviamo sul libretto personale? Quando la finirete di venire da noi insegnanti una volta l’anno (se va bene)?

Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non é una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere voi i primi a farlo, perchè da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori?

A noi tutti

Perchè quando una ragazzina di 12 anni prova a buttarsi di sotto , non é solo una ragazzina di 12 anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quella età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì e non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto.

E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola, una sola, che é: “Basta”.

(Prof. Enrico Galliano di Pordenone)        stop bullismo

hikikomori3Vi parliamo oggi di una nuova sindrome, che nasce in Giappone ma che inizia gradualmente a diffondersi anche in Europa e America: l’HIKIKOMORI.

Hikikomori, letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, (dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare in Giappone, in particolare per la grande pressione della società giapponese verso l’auto-realizzazione e il successo personale cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza. Infatti, nella maggior parte dei casi, chi soffre di questa sindrome, ha un’età compresa tra i 19 e i 27 anni e, per oltre il 90% dei casi, è di sesso maschile e di estrazione sociale solitamente medio-alta.

Può essere considerato come una volontaria esclusione sociale: adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza quasi senza contatto con l’esterno, né con i familiari, né con gli amici. A volte chiedono che il cibo gli sia lasciato dinanzi alla porta e consumano i pasti all’interno della propria stanza.

Il ritiro dalla società avviene gradualmente: i ragazzi spesso iniziano rifiutandosi di andare a scuola, in alcuni casi non riescono a immaginare se stessi adulti o hanno l’impressione di non crescere, possono apparire infelici, perdere le amicizie, la sicurezza e la fiducia in se stessi, con un aumento dell’aggressività verso i loro genitori.
Il governo del Giappone utilizza il termine hikikomori per coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo superiore ai sei mesi.

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Le caratteristiche della sindrome sono:

  • ritiro sociale, incomunicabilità e isolamento totale da almeno sei mesi: rifiuto delle amicizie, delle attività ludiche (sport e socialità in genere), incapacità di relazionarsi in maniera spontanea, allontanamento dalla vita reale e conseguente fuga nel virtuale;
  • fobia scolare precedente e abbandono della scuola;
  • ritiro dalle attività lavorative;
  • possibile presenza di sintomi legati all’ Internet Addiction Disorder;
  • possibile inversione dei ritmi circadiani: spesso svegli l’intera notte, dormono di giorno;
  • Negli adolescenti affetti da questa psicopatologia la capacità di apprendimento non risulta significativamente alterata: mediamente sono in grado di giungere a profitti scolastici sufficienti
  • pigrizia e lentezza nello svolgere le attività quotidiane, “non aver voglia di far niente”

Per quanto riguarda internet, esso si configura spesso come una contraddizione in termini: la persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della rete può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo (dalle chat fino ai videogiochi online). Non tutti impiegano il loro tempo su internet ma, quando succede, il tempo di permanenza davanti al computer arriva fino a 10-12 ore giornaliere. Chi non utilizza questo mezzo, spesso passa il proprio tempo leggendo libri, girovagando all’interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapaci di cercare lavoro o frequentare la scuola.

In ogni caso, la mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi sulla persona, che gradualmente perde le competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative per interagire con il mondo esterno, fino ad arrivare ad uno stato di apatia.

hikikomori 2Inoltre, l’isolamento autoindotto, può comportare antropofobia (cioè la paura degli altri studenti, delle persone anziane o di non poter prendere l’autobus o il treno etc.), automisofobia (paura di essere sporchi), paranoia, manie di persecuzione, disturbi ossessivo-compulsivi, depressione, agorafobia (la paura degli spazi aperti), e comportamento regressivo (come un ragazzo più piccolo).
Se non curato il disturbo comporta la perdita di anni scolastici, del lavoro o della possibilità di costruire una vita autonoma dalla famiglia.
Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa.
In Italia si stima che un individuo ogni 250 sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale, con una cinquantina di casi dichiarati e presi in carico. Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa 3 milioni di italiani tra i 15 e i 40 anni soffrivano di questa patologia.

Tuttavia il disturbo è spesso associato e confuso con la cultura “nerd” e “geek”, o più frequentemente con una “semplice” dipendenza da internet (le cui stime parlano di 240 000 adolescenti italiani che trascorrono più di tre ore al giorno tra Internet e videogiochi), limitando il fenomeno a una conseguenza del progresso della società e non a una chiara scelta volontaria del soggetto.

Si tratta quindi di una sindrome da approfondire e riteniamo importante diffonderne la conoscenza.

Per maggiori informazioni potete trovarci il giovedì pomeriggio, gratuitamente e senza appuntamento dalle 14.00 alle 16.00 oppure potete contattarci telefonicamente allo 0439-883170 chiedendo di parlare con un operatore del Consultorio Giovani o inviando una mail a nuvoleinviaggio@consultoriogiovanifeltre.net.

 

Continuiamo con le domande segrete della scuola media di Pedavena. Cos’è un orgasmo, come e perchè succede??

L’orgasmo non è un semplice atto fisico, ma porta con sè un insieme di sensazioni, pensieri, emozioni e, se si è in coppia, un’alta carica affettiva.

Partendo da questo presupposto e per rispondere alle vostre domande..

..L’orgasmo consiste in un picco di piacere sessuale. Nei maschi vi è la sensazione dell’inevitabilità dell’eiaculazione, seguita dall’emissione dello sperma e contrazioni ritmiche dei muscoli perineali, degli organi riproduttivi e dello sfintere anale. Nelle femmine l’orgasmo è caratterizzato dalle contrazioni (non sempre percepite soggettivamente come tali) della parete del terzo esterno della vagina (primi 3-4 cm del canale vaginale) e dalle contrazioni ritmiche dell’utero e dello sfintere anale.MF

..é possibile raggiungere l’orgasmo sia attraverso il rapporto con un patner, sia attraverso la masturbazione. Nel primo caso si tratta di un rapporto sessuale condiviso con un’altra persona, nel secondo l’orgasmo viene raggiunto attraverso la stimolazione personale degli organi sessuali. In entrambi i casi è possibile raggiungere il picco di piacere sessuale: per l’uomo attraverso la stimolazione del pene, per la donna attraverso la stimolazione del terzo esterno della vagina (prima parte del canale vaginale) e/o del clitoride.

A livello biologico, l’orgasmo è diverso nell’uomo e nella donna.

Nell’uomo, l’orgasmo è determinato da una scarica ormonale. Quando l’uomo si eccita, il pene diventa eretto, questo perchè i corpi carvernosi, che si trovano all’interno del pene, si riempiono di sangue e fanno che si che l’organo genitale si inturgidisca. L’eccitazione, nel corso del rapporto, può essere variabile, non è quindi detto che la durezza del pene sia sempre la stessa durante il rapporto. Quando l’uomo arriva alla massima eccitazione, avviene la scarica orgasmica, caratterizzata dell’eiaculazione, ossia dal rilascio di liquido seminale che viene espulso all’esterno grazie alle contrazioni dell’uretra. Questo liquido, comunemente chiamato sperma, è formato per l’1% da spermatozoi, per il 39% da liquido secreto dalla prostata e per il 60% da fruttosio. Inoltre l’orgasmo è caratterizzato da una serie di brevi contrazioni dei muscoli perineali e bulbocavernosi al ritmo di 0,8 secondi per 3-10 volte. Subito dopo il pene perde l’erezione e torna allo stato di non eccitazione.

Nella donna, l’eccitazione è prettamente mentale, ciò significa che la componente affettiva, molto più di quella ormonale, gioca un ruolo fondamentale nello svolgimento dell’atto sessuale. Esistono due tipi principali di orgasmo: vaginale e clitorideo. Prima di descriverli, è importante sottolineare che la donna non sempre arriva a provare orgasmo, sia per mancanza di un’adatta stimolazione, sia per la mancanza di coinvolgimento affettivo.
Nell’orgasmo vaginale è coinvolta la prima parte del canale vaginale, le cui pareti si irrorano di sangue, avvolgono più strettamente il pene, dando la sensazione di piacere che caratterizza l’orgasmo. Quando invece viene stimolato il clitoride, questo si inturgidisce e determina la scarica orgasmica: tale tipo di piacere è simile a quello provato dall’uomo ed è anche più semplice da raggiungere. Spesso però, a causa della macanza di informazione, quest’organo non viene stimolato correttamente.. O non stimolato affatto!MF2

Quando l’orgasmo avviene con un partner è un momento molto importante, che lega la coppia: ma non si tratta di un punto di arrivo, ma della condivisione di un percorso affettivo che non si esaurisce con l’atto sessuale.

Fare l’amore con il proprio partner è importante.. Ma non solo per il piacere che ne deriva! Infatti, sia durante, sia dopo l’atto sessuale, vengono rilasciati degli ormoni che hanno una funzione importantissima per la coppia! Questi, hanno la funzione di aumentare il desiderio di vicinanza e l’attaccamento verso il partner.

Fare l’amore, quindi, rafforza il rapporto e ne consolida i sentimenti.

Per questo motivo è importante essere consapevoli che l’orgasmo non è una semplice conseguenza di un atto puramente fisico, ma porta con se un’alta carica affettiva, sentimenti di forte unione e aumenta la vicinanza tra due persone. Rafforza quindi il rapporto, ed è per questo che è bene ricordare di non prendersi mai gioco dell’altro e delle emozioni che fare l’amore gli fa provare.

Infine, ricordiamoci sempre che ogni persona è un’identità unica e ognuna di essa proverà piacere in modo diverso: l’amore non si fa mai da soli, ma in coppia! Perchè questo sia sodddisfacente per entrambi imparate a comunicare fra di voi i vostri desideri, cosa vi piace e cosa no, così come i sentimenti che provate. Fare questo non solo aumenterà la vostra complicità, ma vi porterà a vivere la vostra sessualità con maggiore serenità, libertà e piacere!

 

Una Peer si racconta……..

Anche quest’anno, a noi ragazzi, frequentanti le classi terze delle scuole superiori del feltrino, è stato proposto di prendere parte all’attività di “Peer Education” (educazione tra pari), portando avanti un progetto sorto qualche anno fa.

Le “fazioni” tra cui scegliere erano le seguenti:index

 

Consultorio

– Alimentazione

– Ser.D (servizio dipendenze)

 

Il servizio che più mi ha attirato è stato quello del Consultorio: un ambiente molto utile per noi ragazzi e non solo.

Anche ai giorni nostri si tende a vedere la sessualità e l’affettività come dei tabù, dei quale si parla, o con i propri coetanei, o con qualche esperto proposto in ambito scolastico con alcune lezioni in classe. Certamente è difficile esporre i nostri dubbi ad un adulto che neanche conosciamo e per lo più davanti a tutta la classe! Immaginate cosa significa… Relazionarsi con un compagno, invece, è tutta un’altra cosa!

D’altro canto, la relazione con i pari, può nascondere dei “limiti” se l’altro non ha informazioni certe e corrette!

Il nostro gruppo, denominato “the sex’s voice” era composto da una decina tra ragazzi e ragazze appoggiati da due operatrici del Consultorio che hanno saputo darci nozioni tecniche in modo facile, formandoci sugli argomenti ricchi di incertezze, dubbi e false credenze.

Piano piano il gruppo ha imparato a conoscersi, ad “aprirsi” e a collaborare in modo proficuo, sfruttando a pieno il tempo a nostra disposizione (sei incontri da due ore circa).

L’elaborazione del progetto è partita delineando gli aspetti basilari necessari per creare “la coppia” che sappia rispettare e riconoscere i limiti di ciascuno affinché insieme si possa crescere serenamente.

Il secondo tema trattato è stato quello della prevenzione e della precauzione sessuale per salvaguardare sia noi stessi sia gli altri.

Infine ci siamo formati sulle MST (malattie sessualmente trasmissibili) analizzando quelle più diffuse e quelle più pericolose in particolare tra noi adolescenti.

Quanto acquisito è stato oggetto di informazione nelle classi individuate dai docenti.

Per comunicare meglio le informazioni ai nostri pari ci siamo serviti di sistemi informatici come power point, inoltre, con la nostra fantasia adolescenziale, abbiamo creato un “video”…  Quest’ultimo ha saputo cogliere appieno le nozioni da trasmettere!

E’ stata una esperienza del tutto nuova… Prima studenti e poi… Insegnanti!

Non nascondo che la fatica maggiore è stata essere “insegnante” con la paura di non essere in grado o di non essere ascoltata o peggio ancora fraintesa!

Se volete un consiglio: cogliete queste occasioni e mettetevi in gioco! Vi aiuteranno sicuramente ad arricchire il vostro bagaglio personale e magari a mettere da parte la timidezza!

Una componente del gruppo.

Alessia

A proposito……..domani 5 giugno tutti i Peer (vecchi e nuovi) si ritroveranno per condividere l’esperienza fatta assieme; a conclusione ci sarà un momento di festa finale. L’appuntamento è alle h 14,15 presso l’Aula Magna del campus Tina Merlin.                                                                                                                                                                     

                         Vi  aspettiamo!!!!!!

 

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