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Riflessioni……….

di

Matteo Bussola, scrittore e autore di “Notti in bianco, baci a colazione” sul tema della paternità (del 2016) ed. Einaudi

 

Quando abbiamo cominciato a mettere in discussione l’autorità degli insegnanti? E quando ci siamo convinti che fare il bene dei nostri figli significasse impedire a chiunque di metterli in crisi? Ecco perché invece di essere un ponte tra la scuola e i nostri ragazzi sempre più spesso siamo diventati un ostacolo.

Cari genitori, scrivo a voi, dunque a me stesso, per cercare di capire cosa ci abbia portati fino a qui. “Qui” è la relazione sempre più problematica che abbiamo con la scuola dei nostri figli. Fra la prima e i secondi dovremmo essere un ponte, invece ci troviamo sempre più spesso a rappresentare un ostacolo. Parlo da osservatore diretto: ho una figlia alla scuola materna, due alla primaria, il retaggio aggiuntivo di una madre ex docente di Lettere, diversi amici insegnanti.

Una di questi, maestra di scuola elementare, mi ha raccontato di recente una vicenda. Durante una lezione ha ripreso con fermezza un suo alunno, e per questo motivo ha subìto pesanti conseguenze.

Il bambino, a quanto pare, è tornato a casa e ha raccontato ai genitori di essere stato picchiato dalla maestra. I genitori si sono rivolti al preside chiedendo sanzioni, il preside ha preso immediati provvedimenti. Nessuno ha messo in discussione la versione del bambino, nessuno ha creduto a quella dell’insegnante. Una settimana dopo l’alunno ha rivelato di essersi inventato tutto, nonostante questo i provvedimenti sono rimasti attivi.

Ora, una singola testimonianza non ha valore di campione statistico, ma va detto che quando mi è stata riportata non sono rimasto sorpreso, perché storie come questa sono sempre più frequenti. Fa riflettere il fatto che, anche solo vent’anni fa, una cosa del genere non sarebbe mai successa: una volta rimproverato dall’insegnante, a casa il bambino si sarebbe sentito dire il resto dai genitori, e sarebbe finita lì.

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Il fatto è che se è vero che non tutti i bambini dicono la verità, è altrettanto vero che non tutti gli insegnanti sono integerrimi. Ma il sacrosanto diritto a vigilare sugli eccessi non dovrebbe trasformarsi nella giustificazione dei figli in automatico. La sensazione è che questo avvenga perché, dopo anni di precise responsabilizzazioni di madri e padri nei confonti dei figli, ci pare inaccettabile non avere il pieno controllo di ogni aspetto della loro vita, compreso il rendimento scolastico. Di più: di fronte a un brutto voto, o un ammonimento disciplinare, ci sentiamo messi in discussione nel nostro ruolo, come se le difficoltà scolastiche avessero come unica causa la nostra disattenzione. Ma se un insegnante rimprovera nostro figlio non significa che stia criticando noi, vuol dire anzi che sta cercando la nostra collaborazione. Invece, siamo arrivati a un punto in cui gli insegnanti vengono criminalizzati quasi a prescindere, il problema negato, e la psicosi è ormai tale per cui perfino alcuni dirigenti scolastici non credono ai propri docenti o non si possono permettere di prendere le loro difese.

La domanda che “ci” pongo è: quand’è che siamo diventati così?

Quando abbiamo cominciato a pensare alla scuola come all’erogazione di un servizio, nel quale il cliente deve avere sempre ragione? Quando abbiamo iniziato a mettere in discussione l’autorità dei docenti, a partire dai compiti assegnati a casa? Perché le chat di classe su WhatsApp, che dovrebbero essere luogo di confronto e partecipazione, diventano sempre più spesso pretesto per critiche aggressive? Ma soprattutto: quand’è che ci siamo convinti che essere genitori volesse dire vivere le vite dei nostri figli, che fare il loro bene significasse impedire a chiunque di metterli in crisi, mentre la crisi è uno strumento di crescita indispensabile?

Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: quello di formare gli adulti che saranno. Non di stare un passo avanti a loro nel tentativo di proteggerli, ma un passo indietro per essere pronti a sostenerli se cadranno. Quando succederà, col nostro aiuto potrebbero apprendere che da un fallimento si può imparare quanto da un piazzamento, e che può essere più mortificante e pericoloso un bel voto immeritato piuttosto che un brutto voto giusto o un rimprovero subìto. Su tutto, sarebbe ora di rendersi conto che noi genitori non siamo i paladini dei nostri figli, ma siamo i difensori dei loro interessi, e sostenere l’autorevolezza dei docenti dovrebbe essere il primo fra questi. Se non possiamo essere certi che tutti gli insegnanti rispettino allo stesso modo i bambini — ed è giusto prestarvi attenzione — possiamo però educare i bambini al rispetto per gli insegnanti. Avremo fornito ai nostri figli uno strumento prezioso per orientarsi sulla strada più difficile: quella del diventare individui autonomi, che non vivono le regole come una gabbia, ma come un’opportunità per strutturare un giorno le proprie.

Ricominciamo da qui.

 

Venerdì 18 novembre in sala convegni dell’ULSS 2 di Feltre si è svolto il primo incontro  rivolto ai genitori con figli della scuola dell’infanzia e primaria. Il tema proposto é stato “I bambini e le emozioni: sentire, parlare, comprendere”. L’incontro  è stato tenuto dagli operatori del Dipartimento di Prevenzione Anna Dal Pan, Psicologa  e Marzia Colmanet, Infermiera Professionale e ha visto coinvolti più di 200 tra genitori e insegnanti del territorio feltrino.

Il prossimo appuntamento sarà di lunedì (in via eccezionale) , 12 dicembre, in sala convegni dell’ULSS 2, alle h 20 e il tema é “Regole e limiti: nutrimento per la crescita di bambini e adolescenti nel mondo che cambia” tenuto dagli operatori  Mara Frare (Psicologa-Psicoterapeuta del Consultorio Familiare) e  Cinzia Lusa (Educatore Professionale del SERD).

 

bambini che crescono

Nell’anno scolastico 2013-2014 le operatrici del Consultorio Giovani dell’Ulss di Feltre  hanno svolto nelle scuole primarie del territorio dell’ULSS 2 di Feltre un progetto di Educazione alla Sessualità “Maschio e Femmina: la sessualità che bella scoperta”,  dove sono stati coinvolti bambine/i delle classi quinte. Al termine degli incontri è stato chiesto ai bambini di scrivere le loro impressioni su quanto è stato fatto. Riportiamo alcuni commenti.

“All’inizio ho provato un po’ paura, ma dopo aver passato alcune giornate con le operatrici quasi tutte le mie paure sono passate. Mi è sembrato interessante perchè ho imparato cose nuove”.

” Questo lavoro è stato interessante perchè mi ha fatto capire cosa mi succederà, è stato anche divertente, mi è piaciuto molto.”

“E’ stata un’esperienza molto educativa e divertente. Mi sono divertita a fare i cartelloni ed a imparare cose importanti sull’uomo e sulla donna. E’ stato molto bello parlarte seriamente fra donne su cose varie, ho capito molte cose e mi sono rassicurata. Abbiamo espresso i nostri commenti sul nostro corpo e sul nostro futuro. Grazie di averci fatto imparare tutte queste cose e di essere venute fra noi.”

“E’ stato interessante perchè ho imparato a nominare le parti del corpo correttamente. Mi sono divertito al primo incontro con il gioco di Dama e Cavalieri. Abbiamo lavorato in gruppi e mi sono divertito. E’ stato interessante imparare argomenti nuovi e intimi”.

“Questa attività è stata interessante perchè ho imparato tante cose che non sapevo neanche il significato. Ho capito cosa sono le mestruazioni…..”

” E’ stato bello imparare cose nuove e affrontare nuovi argomenti. Il gioco iniziale è stato molto bello. Forse è durato poco. Mettere a confronto i due lavori dei cartelloni è molto significativo. Abbiamo conosciuto meglio alcune esperienze dell’uomo. Poi i maschi hanno parlato molto accuratamente. ..”

 

Quando si hanno 15-16-17 anni si ha una gran voglia di far presto, di diventare grandi, di sentirsi indipendenti, di essere liberi. Si sente dire spesso dai ragazzi che non vedono l’ora di diventare maggiorenni per “poter fare quello che si vuole”,

Ma i grandi, i maggiorenni, gli adulti, i genitori, fanno veramente quello che vogliono??!!

Forse hanno una vita più dipendente, hanno un numero maggiore di vincoli, di impegni, di persone alle quali rendere conto, di responsabilità. Eppure questa voglia di crescere in fretta resta, ed è una forza positiva, che spinge ad impegnarsi, a mettersi in gioco. Ma qualche volta si è tentati di bruciare le tappe, facendo cose troppo grandi: si brucia dalla voglia di provare esperienze nuove, emozioni mai provate, sensazioni sconosciute. Questa voglia è incoraggiata e condizionata da tanti fattori: da un lato vi sono i fattori naturali della crescita e dello sviluppo non solo corporeo esteriore (altezza, peso, modificazioni fisiche di vario tipo) ma anche dello sviluppo invisibile, come quello ormonale; dall’altro vi sono i fattori indotti dalla vita di relazione: alcuni amici/amiche sono più sviluppati, più “liberi”, più disinvolti, più spregiudicati e a volte si prova invidia, desiderio di imitarli o competere con loro; dall’altro lato ancora vi sono i modelli che vengono proposti dai mass-media, i quali presentano i ragazzi sempre felici e spensierati, innamorati corrisposti, impegnati a soddisfare tutti i loro desideri. La voglia di bruciare le tappe diventa allora molto forte.

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Il percorso della crescita umana, però, è estremamente complesso, perché è il risultato di tanti passaggi e cambiamenti, che devono essere tutti rispettati se si vuole crescere in modo autentico e non illusorio o provvisorio, quindi ingannevole e precario.

Si può avere un corpo già grande, essere alti come il papà o la mamma o più alti del proprio fratello/sorella maggiore, e si fatica ad accettare di dover rispettare ancora certi tempi e certe regole; anche gli altri, vedendo la rapida crescita fisica, possono aspettarsi una maturità maggiore di quella che si è realmente capaci di esprimere.

E’ l’età della pazienza: l’età in cui si è chiamati ad attendere che tutti gli aspetti della proprio personalità riescano ad armonizzarsi, in modo che l’aspetto esteriore sia quanto più possibile espressione del mondo interiore; in modo che i gesti e le parole corrispondano il più possibile ai pensieri.

Certo questo non è facile: non si tratta tanto di aspettare, quanto di impegnarsi a capire sè stessi, a conoscere le proprie possibilità, i pregi e i difetti, perché quelli gli altri siano in grado di conoscerci e di farsi un’idea quanto più possibile vera di noi. E’ la pazienza del crescere e non è facile: sarebbe bello apparire più disinvolti, più belli, più sicuri, ma se ci si accontenta di apparire, quale vantaggio se ne può trarre! Se invece ci si impegna a rispettare e a far rispettare sè stessi, i propri tempi di maturazione, le fatiche del crescere, ogni passo avanti è un passo compiuto per sempre.

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