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Oggi il finale del racconto di Alberto Botte.

I nuovi proprietari sembravano affidabili. Giovani, vestiti bene, solo uno parlava italiano.

Mandarono un comunicato a tutta la fabbrica. Ci sarebbero stati licenziamenti risanativi. Il vecchio era troppo emotivo, spinto dal suo cuore tenero aveva assunto troppi elementi inutili.

Lui si sentiva al sicuro. Glielo aveva detto, o no? “Lei, mio caro, lei è una grande risorsa per la nostra azienda”. Addirittura lo aveva chiamato mio caro. Era in una botta di ferro.

Eppur si muove. E lo mandarono a casa. Provò ad andare negli uffici di collocamento, ma non lo volevano. Troppo così, troppo poco colà. Non abbastanza istruito. Non ha questo, quello, eccetera.

Lei gli fu accanto finchè non ne potè più. Se ne andò altrove, gli faceva troppa pena quell’uomo che una volta aveva amato. maggio-dei-libri-sagome-2015

“Ghea femo, Cleopatra. GHEA FEMO”

I glifi continuavano a fermarsi benigni. Cominciò a tremargli il respiro. Il cuore batteva sempre più forte.

Aveva cominciato a impegnare, vendere, fare piccoli mutui e microcrediti. Addio macchina, e presto addio casa. Sua madre e suo padre si erano rifiutati di dargli ancora denaro. Avevano litigato pesantemente l’ultima sera che era andato da loro. “Basta !!! Non avrai più nulla da noi! Butti tutto in quelle macchinette! Ti stai bruciando ogni cosa. Vergognati. Vergognati!”

Lui piangeva senza vergogna. Suo padre, vecchio e tremolante per le medicine, aveva ragione. Ma che vuoi. L’adrenalina che si prova seduti davanti a quello schermo non è qualcosa che si può abbandonare facilmente. Aveva solo quello. Solo la sua Cleopatra lo amava e capiva.

L’aveva vista al mercato oggi. Era con un uomo. Rideva. Sembrava felice. Lui era corso a nascondersi, era scappato da lei. Si vergognò. Solo allora aveva perso tutto. Fu lì che decise di disfarsi della collanina. Di dare anima e corpo a Cleopatra.

L’ultimo glifo si fermò. Gli prese un sussulto.

“Ghe aven fata, Cleopatra. Ghe aven fata.”

Goia pura. Era felice. Aveva vinto tutto. Tutto. Ma non lei. Lei no. Urlò.

Dietro di lui il barista stava pulendo il bancone, fra poco avrebbe chiuso, solo il tempo di fare due conti. Era stata una lunga giornata. I suoi sbevazzoni avevano fatto caos, uno aveva rotto un bicchiere e altri due avevano litigato. Sentì dei rumori strani dall’angolo delle slot. L’uomo alzò gli occhi. Lo vide piangere. Si preoccupò e corse da lui.

I gettoni continuavano a piovere. Una cascata gli ricopriva le gambe. La gioia era durata un istante, subito era scomparsa nell’immagine della sua risata al mercato.

Piangeva senza vergona il suo dolore. Urlava il suo nome fra i singhiozzi. Solo lei importava. Lei fra le lacrime. Cadde piangendo dalla sedia. Singhiozzava rannicchiato a terra.

“Amore…. Amore…. Amore dove sei…. Amore dove sei?”

 

 

Continuiamo con il racconto di Alberto Botte , vincitore del concorso per Lions Club.    maggio-dei-libri-sagome-2015

 

Gli aveva dato la collanina una domenica. Nei giorni di festa, gli piaceva prepararle la colazione e portargliela a letto, come nei peggiori clichè dei film. E lei gli aveva dato un pacchettino. Un pensiero che si portava sempre appresso.

L’indossava, se ne ricordava il peso rassicurante al collo, il giorno in cui radunarono tutti gli operai. Il principale aveva mandato le segretarie a chiamarli tutti, dicendo loro di rimanere nel parcheggio qualche minuto dopo il turno. Apparve molto vecchio e stanco. Informò che era un periodo duro anche per l’azienda, che alcuni clienti non pagavano, la produzione aveva dei problemi, e così via. E che tutti dovevano fare dei sacrifici. Era serio, distaccato. Ma negli occhi si vedevano gli accenni delle lacrime.

Disse che era temporaneo. Un paio di mesi, al massimo un anno. Poi tutto normale.

Non si era lamentato, come invece fecero molti dei suoi colleghi. Sentiva che era un sacrificio necessario. Si fidava del principale. Toccò la sua collanina in un piccolo gesto scaramantico. Provò a vedere il bicchiere mezzo pieno. Avrebbe passato più tempo a casa, con lei.

Invece cominciò a frequentare i bar. Non gli piaceva bere, aveva già fatto le sue baldorie negli anni. Tanto per stare in compagnia. Non ne poteva più di stare a casa a girarsi i pollici, lei era fuori, al lavoro, e lui lì dentro, a non far nulla. Si sentiva meglio quando entrava in fabbrica per quei pochi giorni a settimana. Sollevato. Di nuovo un uomo. Inoltre, per quanto sapesse che era un pensiero maschilista, si sentiva a disagio a vivere con una donna, la sua donna, che guadagnava più di lui. Lo manteneva. Cominciarono a litigare. E lui conobbe Cleopatra.

Non aveva mai giocato alle slot. Non ci aveva mai pensato. A lui i soldi piaceva guadagnarseli. Dovevano puzzare di sudore, non della birra slavata del bar.

Quella sera era stanco, stufo. Avevano litigato. Gli avevano ridotto i giorni di lavoro al mese. Bevve un po’, e così, chiacchierando con gli altri al bar, gli dissero di provare a giocare. “Tanto hai due soldi in tasca, giocali che almeno diventano di più”

Annebbiato dall’alcol, perse le sue inibizioni e ci provò. Cambiò due euro in gettoni. Ne infilò uno nella macchina. Fece partire la slot. Adrenalina pura.

L’eccitazione cancellò ogni problema, fece sparire le preoccupazioni. Cleopatra diventò ogni secondo di quella sera più dolce.

Al sesto gettone vinse. Cambiò tutto in gettoni e in altro da bere. Andò avanti a lungo.

Quando tornò a casa, lei era in piedi. Tremava avvolta in una sottile camicia da notte. Non disse una parola. Era terrorizzata. Quello non era l’uomo che amava.

Un’altra croce ansata si fermò. Cleopatra, l’unica donna che gli era rimasta, fece un urletto di gioia per la doppietta. Lui rise, quasi ringraziandola.

Trascorsero i mesi. Arrivò la notizia che la fabbrica rischiava di chiudere, erano in fallimento. Per la prima volta partecipò a atti di protesta, dipinse striscioni e cartelloni. Si tesserò anche ad un sindacato. L’aveva sempre considerato qualcosa da esaltati, non faceva per lui.

Poi una piccola speranza: imprenditori stranieri volevano acquistare la fabbrica e salvare la produzione. Quelli del sindacato sembravano scettici, ma l’allegria dilagava. Gli operai si misero a urlare al cielo la loro felicità.

La normalità tornò nella sua vita. Smise di bere, giocava ancora un po’, ma non era più la sua droga.

Altri glifi si fermarono, tante croci ansate. “Ghea femo, ghea femo” grignò fra i denti.

 

Oggi pubblichiamo il racconto scritto dal giovane Alberto Botte che ha partecipato e vinto il concorso promosso da Lions Club. Il racconto verrà pubblicato  in quattro parti.

Titolo: Obolo

di Alberto Botte                maggio-dei-libri-sagome-2015

 

Faceva schifo.

Faceva proprio schifo.

Guardò il bicchiere che aveva in mano. Si accorse di non vederci più bene. Chissà se per l’alcol o perché, in fondo, stava invecchiando.

“Se vinco questa, vado da un ottico e mi prendo un bel paio di occhiali” pensò” Uno di Gucci o Armani, roba da ricconi.”

Con un po’ di fatica infilò una moneta nella slot machine. Il seno di una formosa Cleopatra lo guardava dallo schermo. Accanto a lui qualche pensionato si stava giocando ciò che restava della pensione. Due uomini bevevano e ridevano, rossi in viso.

Fece partire la slot e gli salì l’ansia. Era il suo ultimo obolo alla speranza. Era passato ad un “ComprOro” prima. Aveva venduto una collanina. Valeva poco per quei mercanti, ma per il suo cuore moltissimo. Era l’ultimo regalo che lei gli aveva fatto. Prima di andarsene. Prima di scappare da lui.

Non sapeva cosa era stato peggio. Lo sguardo freddo dell’impiegato che aveva preso in quelle mani lerce il dono. Le sue parole di commento. Il tono piatto con cui aveva tradotto in denaro l’oggetto.

O il ricordo di quel giorno.

Era ancora felice. Aveva un’utilità. “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Articolo 4 della Costituzione Italiana, comma 2. Si sentiva degno. Si sentiva un essere umano.

Non faceva un lavoro da salvatore della patria, uno di quelli che i tuoi figli bambini sono orgogliosi di dire ai loro compagni di classe “Mio papà è un pompiere/medico/astronauta/….” con gli occhietti che luccicano felici di ingenua malignità, vedendo l’invidia nei loro amichetti.

No, lui era un operaio. Caposquadra, ma sempre un operaio. Tanti anni di lavoro onesto. Non si lamentava, lavorava sodo e dava l’esempio. Il principale aveva una profonda stima di lui. Glielo aveva detto, ad una cena di fabbrica, con il suo sguardo severo e i baffoni d’altra epoca “Lei, mio caro, lei è una grande risorsa per la nostra azienda”.

Quello che gli piaceva di più era tornare a casa, la sera. Stanco, sudato e sporco. Ma felice. Se ne era accorto solo dopo. Solo quando ormai aveva perso tutto, si era accorto di quanto fosse stato felice.

Lo schermo azzurrino della slot continuava a far girare immagini, gli strani glifi egizi. Piramidi improbabili sullo sfondo. Odiava e amava quei momenti. Senti il cuore che batte. Il respiro diventa più forte. Tutto ricomincia a vivere. Si sentiva vivo. Buttava tutto lì dentro. Il freddo buco dove infilava i gettoni era diventato la sua chiesa, il luogo in cui riporre speranze e desideri. Incredibile quanto, per quella manciata di secondi, si sentisse vivo.

Aveva fatto molti sacrifici alla Cleopatra dello schermo. Ogni cosa che poteva avere un valore, via, subito da qualcuno che potesse cambiarla in denaro, il più possibile, il prima possibile. La macchinetta dei gettoni in breve avrebbe vomitato i suoi passepartout per la felicità.

L’attesa, i pensieri che se ne vanno, la vita che fa meno schifo, per un paio di secondi.

Il fine squallore di quel bar, le varie persone, la luce smorta del neon, scomparivano.

Nulla aveva più un valore se non quel turbinio di segni.

Il primo glifo si fermò. Una croce ansata. La Cleopatra sorrise e sbattè gli occhi, gelida e amara.

 

La prossima settimana pubblicheremo la seconda parte del racconto.

 

 

 

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